VUOLE ESSERE LIBERO DI SCEGLIERE È UN APPELLO DA NON TRADIRE
Non può scrivere, e può parlare solo a fatica, ma ha scelto di usare le sue ultime energie per comunicare ugualmente - con un grido «carico di speranza umana e civile» - le sue volontà, davvero estreme. Di comunicarle con un video destinato al presidente della Repubblica e, attraverso Napolitano, rivolto a tutti noi e, in primis, a chi scrive le tavole della legge. Della legge umana, della legge italiana anzi. Non della volontà divina, bensi di ciò che uomini e donne presenti in Parlamento intendono fare della nostra comune libertà di fronte alla malattia e alla morte.
Di questo parla Paolo Ravasin, dal suo letto di una casa di riposo in provincia di Treviso, dove giace inchiodato dalla sclerosi laterale amiotrofica che l'ha colpito sedici anni fa. Non vuole restare alla mercè del male. Non vuole neanche restare in balia dei farmaci, neppure di quelli camuffati da acqua, per l'idratazione, e neanche delle macchine, neppure quelle che forzano a respirare. Vuole che la sua vita si compia e si concluda, liberandolo dalla sofferenza e dall'estenuazione progressiva. Lo vuole e, poiché sa in quale stagione siamo, vuole dire a tutti e alle massime autorità, che vuole essere libero di scegliere, perché questa è la natura specifica dell'uomo, che ha facoltà morali, e dunque può scegliere.
Il punto morto in cui la legislazione italiana si è arenata dopo il caso Englaro non consente questa scelta. Anzi, la tendenza prevalente in Parlamento e nel governo va nella direzione opposta. Uomini e donne che credono, o dicono di credere, che la vita solo Dio può darla e toglierla stanno in prevalenza decidendo in questo senso. Anche per chi non ha le loro stesse idee o per quelli che le hanno ma non credono che si possano imporre a tutti.
Quello di Paolo Ravasin non è un altro caso Englaro. Nessuno potrà dire che questa che egli dichiara, in una forma indubitabile di biotestamento, non è la sua autentica volontà. La sua vicenda somiglia semmai a quella di Giorgio Welby, le cui parole Ravasin cita quando dice di non credere che «si possa giocare con la vita e il dolore altrui». Come Welby, come Coscioni prima, Paolo Ravasin ha parlato e le sue parole resteranno. Nessuno potrà, appunto, giocare con le parole che non ha detto o ignorare e infamare il ricordo che di quelle parole avrebbero potuto avere soltanto familiari e amici più intimi.
E' quello che è successo a Eluana, in una sequenza oscena che, all'uso ideologico della sua tragedia, ha visto sommarsi la denigrazione pubblica di chi l'aveva messa al mondo e l'aveva amata fino all'ultimo, espungendone la volontà, considerata secondaria rispetto a quella di un sottosegretario o di un leader di partito, di chiunque avesse il potere di dare ordini a una clinica. Una vergogna che resterà nel tempo.
Perché non si ripeta, Paolo Ravasin ci mette la voce, la faccia e il corpo intero. Ci mette la sua «speranza umana e civile», una bellissima espressione, una bellissima cosa, che vorremmo non venisse tradita.