Stella: «Sono anni duri, ma non siamo in crisi»

PAVIA. Quando, il 20 maggio prossimo, si apriranno le urne per l'elezione del magnifico rettore che governerà l'Università di Pavia nei prossimi quattro anni, c'è la concreta possibilità che i 1400 elettori trovino un solo nome nella scheda, quella di Angiolino Stella, 71 anni, professore di Fisica e rettore in carica. E' una situazione anomala. Molti pensano che nessuno, in questo momento, abbia la forza - e il coraggio - di sobbarcarsi una simile responsabilità. Nelle aule dell'ateneo si parla solo di tagli, di possibili prepensionamenti e di risparmi. E l'impopolarità non piace a nessuno. Altri, quelli a cui Angiolino Stella proprio non piace, sanno che in questo momento è troppo forte. Lo ritengono inscalzabile.
Lui, il candidato ha un'altra teoria. «I tempi di attuazione delle decisioni oggi sono lunghi. Penso quindi che un solo mandato non basti per impostare e realizzare le grandi strategie».
La ricandidatura è quindi una scelta obbligata?
«Anch'io mi sono chiesto: che faccio? Non candidarmi avrebbe significato lasciare a metà il lavoro fin qui svolto».
Resta il fatto che in un momento cosi difficile non sono molti i professori che accetterebbero il rischio dell'impopolarità.
«Le sfide o si accettano o ci si fa da parte. Io ho deciso di non ritirarmi».
Lei non rischia niente, dopo l'eventuale secondo mandato, ha la pensione.
«Certo, finito il secondo mandato sarò in pensione».
Due mandati, lei dice, sono necessari per ultimare i progetti, ma è stato giusto porre il divieto a un terzo?
«E' stato giusto, anche se c'è stato chi ha modificato lo statuto per restare più a lungo».
Nei giorni scorsi c'è stata un'assemblea di docenti e personale in aula Foscolo. Qualcuno ha detto che lei si ripresenta, ma che non ha un programma. E' vero?
«Il programma ce l'ho e intendo illustrarlo in tutte le facoltà. A cominciare da Medicina. Poi, il 13 maggio, il decano ha convocato la conferenza plenaria. Hanno detto che siamo in crisi, ma le matricole sono in crescita netta».
Veniamo ai problemi dell'università, a cominciare da quelli finanziari. Come affrontarli?
«Nel corso dell'inaugurazione dell'anno accademico ho presentato i primi grandi contributi dei privati. E' un buon inizio, in un quadro di aumento di questo tipo di contributi. Si tenga presente che si tratta di impegni su progetti di ricerca dell'ateneo. La Fondazione Arvedi nel campo dei beni culturali, Valvitalia nel settore dell'alta tecnologia e Mazzocchi (Editoriale Domus) per una cattedra a scienze politiche».
Si, ma questi contributi coprono appena l'uno per cento del bilancio dell'ateneo.
«No, coprono di più, ma quello che è più importante è il quadro generale. Partendo dal successo della campagna del cinque per mille. Considerando il rapporto tra il numero delle donazioni e quello degli studenti, Pavia è decisamente la prima università nella classifica. Va considerato anche il consenso che sta ottenendo l'associazione degli ex alunni».
Avete chiesto agli ex alunni di dare un contributo all'ateneo, ma sta dando risultati?
«Mi ha fatto piacere registrare che tra i primissimi iscritti ci sia il nome di Mario Sarcinelli, presidente della Banca nazionale del Lavoro, ed ex direttore generale del Tesoro, oltre a quello di Beppe Severgini e molti altri. Diciamo che quello che abbiamo intrapreso è un percorso che ci porta a vedere come modello quello di Harvard negli Stati Uniti».
Resta il problema che i finanziamenti pubblici sono sempre più scarsi.
«All'interno della Conferenza dei rettori sto insistendo perché il fondo di finanziamento ordinario premi di più la qualità».
A proposito di qualità. Anni fa in questa università insegnavano professori del calibro di Segre e Maria Corti a lettere, di Colombo e Scaramozzino a Scienze politiche, Schlesinger e De Nova a legge, solo per citarne alcuni. Oggi non si vedono più tanti luminari in giro.
«Quelle che lei cita sono state grandi figure per il nostro ateneo, ma a 30-40 anni non avevano quella notorità che in seguito hanno avuto. Oggi vedo tanti giovani colleghi, tanti ricercatori bravissimi con un grande futuro. Quando parlo di qualità penso a parametri precisi, che fanno si che siamo ai vertici delle classifiche nazionali e internazionali delle migliori università».
Nel mondo Pavia è tra le migliori 500, non proprio le prime...
«Bisogna considerare che nel mondo sono 10mila le università, quindi siamo nel 5% delle migliori. Poi va detto che i parametri usati sono molto favorevoli agli atenei di lingua anglofona. Parametri importanti sono il numero di professori e studenti stranieri. Noi, con i fondi che abbiamo, non possiamo permetterci decine di docenti stranieri».
E gli studenti quanti sono?
«Sono molti. Quasi mille ormai, più del quattro per cento degli iscritti, con tassi di crescita del 14 e 16 per cento negli ultimi due anni e, credo, che andremo anche meglio».
Perché?
«Il prossimo anno attiveremo quattro corsi di laurea interamente in lingua inglese nelle facoltà di Economia, Scienze, Ingegneria e Medicina».
Nel documento sottoscritto dai «giovani» professori sostengono che ci sono pochi accordi bilaterali. E' vero?
«Gli scambi bilaterali attivi sono quattrocento. Non pochi. Ci sono alcuni aspetti che questi giovani professori non conoscono».
Dicono anche che l'università è autoreferenziale, che bisogna introdurre più componenti esterni negli organismi dell'ateneo. Cosa risponde?
«Prima del mio mandato non c'è mai stato un delegato del rettore ai rapporti con gli enti territoriali. Abbiamo rapporti stretti con Comune, Provincia e Camera di commercio, Unione industriali e gli ordini professionali. Ma bisogna ricordare l'impulso dato ai cosiddetti spin-off, 11 società che crescono a fianco dell'università e hanno una missione nell'alta tecnologia. Tra l'altro hanno reso possibile la registrazione di 35 brevetti. Tutti questi aspetti, comunque, andranno ripresi quando il ministero pubblicherà i decreti sulla riorganizzazione della governance».
Il polo tecnologico è un progetto ormai morto?
«No, il polo va recuperato. Noi dell'ateneo abbiamo sempre fatto la nostra parte e continueremo a farla, costituendo un incubatore nel quale entreranno tutte le attività, a partire dagli spin-off. Ma va ricordato che, grazie alla nostra attività, a Pavia si è insediata nell'ex area Necchi una società americana come la Marvell, e la St Microelectronics collabora con docenti e ricercatori della facoltà di Ingegneria».
Si farà il campus di medicina?
«Sicuramente. Ho chiesto gli studi di fattibilità. Ci sono due opzioni: o sarà dentro al San Matteo, ossia nei vecchi padiglioni delle cliniche una volta dismessi, oppure all'esterno, nella zona della nuova mensa. In ogni caso è una delle nostre priorità».
Il San Matteo pare intenzionato a fare un po' di cassa, con i padiglioni.
«E' vero, ma recentemente sembra essere più disponibile nei nostro confronti».
Parliamo dei rapporti con il Mondino, di cui lei è presidente. Si dice che possa essere ceduto. Cosa c'è di vero?
«Sono voci messe in giro da qualcuno interessato ad assorbirlo. Il Mondino, invece, va avanti. Anzi abbiamo in progetto la realizzazione di un pronto soccorso neurologico».
Questo è un progetto dello scorso anno, però...
«L'ho detto, ci vuole tempo per realizzare i progetti. Ma questo sarà inaugurato a maggio, tra pochi giorni. E' un progetto molto importante, tra l'altro libererà spazi al Mondino per la ricerca».
Palazzo Vistarino è di proprietà dell'università da decenni. Ma non si è ancora visto nulla. Si dice che negli scantinati ci siano mobili e arredi comprati e che sono ormai da buttare via.
«Io guardo al presente e al futuro, non al passato. Il bando sarà pronto a giorni, poi partiranno i lavori, grazie all'intervento della Fondazione Alma Mater Ticinensis, nata con i contributi della Fondazione Banca del Monte di Lombardia. Anche l'Edisu interverrà finanziariamente. Nasceranno spazi per convegni e 48 camere per docenti e ricercatori».
Torniamo alle votazioni, quanto conta l'appoggio dei grandi elettori?
«Nel mio caso non sono serviti».
Non ha avuto l'appoggio della massoneria?
«Io sono ritenuto una persona equilibrata. Non sono nella massoneria».
C'è però chi dice che per ottenere l'appoggio di un grande elettore, ossia il professor Scevola, lei avrebbe scritto al San Matteo chiedendo di assorbire la chirurgia plastica, oggi alla Maugeri. In questo modo ne beneficerebbe la professoressa Angela Faga, responsabile della clinica e moglie, appunto, di Scevola.
«No, io ho scritto perché credo che la chirurgia plastica debba andare al San Matteo e penso che la professoressa Faga abbia le capacità per ricoprire quel ruolo».
I professori più anziani che hanno organizzato l'assemblea della scorsa settimana chiedono di discutere dei problemi sollevati e di gestire insieme l'ateneo.
«L'apertura programmatica ci sarà certamente. Mi consulterò con tutti, prima della conferenza finale».
Sembra di capire che chiedano anche posti...
«Dico che dopo le votazioni ci vorrà del tempo per gli assetti finali. I nomi non ci saranno né 24 ore, né dopo qualche giorno. Dovrò fare uno studio approfondito».