La sorella della vittima: «Traditi dallo Stato»

TORTONA. «Ma che giustizia è quella che fa uscire dal carcere degli assassini dopo dodici anni? E che giustizia è quella che, in tutto questo tempo, non ci ha portato nè scuse, nè risarcimenti? Mi sento presa in giro dalle istituzioni». E' rabbia, è indignazione quella che scuote e fa luccicare gli occhi di lacrime a Maria Rosa Berdini, sorella di Maria Letizia, uccisa a trentuno anni da un sasso lanciato dal cavalcavia della Cavallosa, a Tortona, lungo l'autostrada Torino-Piacenza. Gli assassini - i fratelli Franco, Paolo e Alessandro Furlan e il cugino Paolo Bertocco, tortonesi - a luglio saranno liberi. Già ora sono a casa, per scontare ai domiciliari gli ultimi mesi di pena. «Dovevano restare in cella per tutta la vita - insiste Maria Rosa - Basta indulti, basta sconti di pena e premi per buona condotta: chi ha sbagliato deve pagare. Se gli assassini pensano di avere vita facile sbagliano di grosso: sono più determinata di prima nel portare avanti la mia battaglia». E loro, gli assassini? Loro, che non hanno mai ammesso (o lo hanno fatto, poi ritrattando), non possono ancora parlare. «E' stata applicata la legge, nessuna discrezionalità - dice l'avvocato Roberto Tava, legale di Alessandro Furlan -. Tuttavia di quella vicenda non esiste una verità storica, ma solo una processuale. Ora cercheranno di rifarsi una vita, magari via da Tortona».