Università, le minoranze vogliono farsi sentire
PAVIA. Un solo candidato, nessun avversario. Salvo colpi di scena prima del 5 maggio Angiolino Stella si avvia senza scosse verso una riconferma come rettore. L'incontro di ieri pomeriggio, organizzato da ex illustri accademici in aula Foscolo, forniva «idee per un programma». Ma di fatto sondava la possibilità di trovare un candidato, un'alternativa a Stella. Un'impresa difficile, sembra. E allora c'è chi rilancia. «Con il 51% si vincono le elezioni, ma non si governa». Vittorio Vaccari, docente di scienze Merceologiche, ha tirato un assist al collega, ex preside, Dario Velo.
E Velo, che qualcuno indica come non del tutto disinteressato alla candidatura, ieri è intervenuto per dire che «il momento è talmente difficile che nessuno ha voglia di mettersi in gioco. Significherebbe prendersi sulle spalle un fardello troppo pesante».
Come ha chiarito Gianluigi Corona- tra i promotori dell'incontro insieme agli altri tre ex docenti Alberto Gigli Berzolari(rettore negli anni Ottanta), Paola Vita Finzie Alessandro Cavalli- «ci vuole qualcuno con più energia».
«O si rimedia subito o diventa tardi - ha vaticinato Velo -. A Pavia siamo più in crisi rispetto ad altre università. Dobbiamo raccogliere questa sfida o abbiamo chiuso. Ma questo contrasta con la presenza di una sola candidatura senza programma».
E allora ecco la carta da giocare lanciata sul tavolo, alla presenza di un centinaio di persone: «Non bisogna individuare un candidato ma una squadra, che lavori su un programma di rilancio del nostro ateneo. La cosa più facile è litigare ma la difficoltà del momento lo sconsiglia. Serve un piano che faccia dialogare il palazzo centrale con il Cravino». Cambiare il sistema di governo dell'Università.
Tante le ricette presentate ieri per fare fronte comune contro la crisi nera.
«Puntare su alcune aree dove Pavia già eccelle» ha proposto in apertura Cavalli. «E se le cose funzioneranno far entrare nel meccanismo virtuoso anche altri settori» ha precisato il matematico Maurizio Cornalbache ha collaborato alla stesura del documento 'dei quattro saggi". Un documento che punta molto sulla ricerca e sugli studenti sranieri. Anche se per attrarli, ha ricordato Giovanni Desimoni, che tra due mesi lascerà la facoltà di Chimica per andare in pensione, «bisognerebbe pagarli. Invece gli stranieri sono solo il 2% perché vengono gratis».
Ieri, all'incontro in aula Foscolo, erano presenti anche i rappresentanti degli oltre 30 firmatari del documento 'Università di Pavia 2020". La nuova generazione di docenti, quelli che appunto saranno ancora in cattedra tra un decennio. «Abbiamo dato intenzionalmente un titolo ambizioso - spiegano Giovanni Magenese Paolo Giudici- Ma sia chiaro che questo gruppo non ha dietro alcun candidato rettore, la nostra è solo una proposta di sviluppo». L'obiettivo è darsi da fare per far rientrare l'ateneo di Pavia, scivolato in basso nelle graduatorie, nelle prime posizioni. E snocciolano cinque punti cardine.
Far convogliare le risorse sugli atenei è ormai il risultato di calcoli balistici fatti dal numero degli studenti, da quello dei docenti, da una serie di variabili economiche e gestionali. Ma per rilanciare l'ateneo, ha sottolineato timidamente ieri Luca Canova, zoologo, «forse bisognerebbe cominciare anche a considerare alcune questioni pratiche, come quella geografica. Perché iscriversi a Pavia invece che a Milano se i collegamenti per tutto il bacino di Cremona, Crema, Mantova sono difficilissimi? Strade dissestate, linea ferroviaria carente. E ancora, perché l'Università non si pone come fornitrice di servizi?». I problemi spiccioli del resto non mancano: «Non siamo più in grado di gestire la manutenzione degli edifici - ha ricordato il fisico Gianluca Introzzi-. A Scienze non compriamo un libro di testo nuovo dal dicembre 2006 perché mancano i soldi».
Gianni Francioni, filosofo, ex preside di Lettere, ammorbidisce il contorni del quadro a tinte fosche. «Non vedo un declino particolare di Pavia rispetto ad altri atenei, ma un momento difficile generalizzato». Di una cosa è certo però: «Non servirà decentrare le sedi, come ha fatto Bologna, ma investire sul modello di Università-campus, con la rete di collegi, che ha funzionato per decenni, per non dir secoli».