Terremoto, ferito un vigile del fuoco pavese
PAVIA. Martedi la scossa delle 19.48 ha piegato anche l'ultima resistenza della basilica, in piazza Duomo a L'Aquila. Proprio in quel momento Giuseppe Besostri - caposquadra dei vigili del fuoco pavesi in missione - si aggirava tra i ruderi di una casa poco distante. Insieme ai colleghi cercava tracce di vita. Pochi secondi per mettersi in salvo, mentre le macerie dell'edificio gli franavano addosso. E nella concitazione di quei momenti è rimasto ferito: una frattura al braccio sinistro, subito ingessata nell'ospedale da campo. Ieri sera era già in viaggio verso casa.
Lavorano a ritmo serrato i pavesi scesi in Abruzzo per prestare soccorso. «I nostri 18 uomini non hanno un momento di tregua - conferma dalla caserma pavese dei vigili del fuoco il caposquadra Massimo Pastorelli -. Anche noi fatichiamo a metterci in contatto radio con loro». Dormono su due camper attrezzati all'interno di quella che era la scuola ufficiali della Finanza. Piscine, campi da tennis, un campus alla periferia della città. Ora è trasformato in uno dei tanti quartieri generali del soccorso. «Il centro è deserto, presidiato - spiega un caposquadra in serata, al cellulare che funziona a singhiozzo -. Entrano solo i soccorsi e chi deve recuperare i propri effetti personali nelle case, scortati da noi». Sono «stanchi e affamati». La fotoelettrica si spegne all'alba, ma gli scavi non terminano mai.
Sono autonomi in tutto i vigili del fuoco, come i medici e gli operatori del 118 pavesi che hanno incrociato per un attimo nell'inferno cittadino. «Il primo giorno ci siamo fermati a Monticchio, una frazione de L'Aquila - spiega Maurizio Raimondi, coordinatore del 118 di Pavia -. In quell'area è stata allestita una tendopoli per 500 persone». Ieri mattina invece il trasferimento in città, poco distante dalla stazione ferroviaria. «Abbiamo lavorato in équipe con i colleghi di Niguarda ma ora (ieri, intorno alle 14, ndr) ci hanno dato disposizioni di allestire anche il nostro Posto Medico Avanzato, arrivato di scorta. Per le 18 dovremmo esere operativi» dice al telefono Raimondi mentre le sirene dei mezzi di soccorso coprono la sua voce e in sottofondo si sentono i suoi collaboratori (il rianimatore Andrea Comelli, due infermieri e quattro tecnici) impegnati a 'costruire" il piccolo ospedale da campo attrezzato. Di giorno in maniche corte, accaldati dall'afa e dai 25 gradi. Di notte il gelo, «è ghiacciata anche la nostra attrezzatura». E i superstiti senza casa si arrangiavano con copertine di lana, dentro le tende.
«I nostri interventi non sono legati all'emergenza del crollo - racconta ancora Raimondi - ma alla cura e all'assistenza delle persone che si sono salvate e che vivono queste ore in preda allo stress, all'ansia, all'angoscia. Ci sono stati molti infarti. Queste persone non hanno più niente, la situazione è drammatica. C'è chi ha perso un familiare, chi la casa. Eppure mostrano tutti una grandissima dignità». Le scosse hanno svegliato anche loro nel cuore della notte. «Dormiamo nelle tende. Fa molta impressione. Le macchine sobbalzavano».