Gli studenti nella casa-trappola


L'AQUILA.Ci sono quelli che ce la fanno. Eleonora, 20 anni, 42 ore sotto le macerie, salvata dai vigili del fuoco di Venezia e Cuneo. O Maria D'Antuono, 98 anni, estratta dopo ore dalla sua casa a Tempera. Una ha respirato grazie a una nicchia fra i calcinacci. La nonnina era tranquilla: «Ho fatto l'uncinetto».
E ci sono quelli che non si rassegnano. Un uomo da due giorni urla un nome: «Nicola, Nicola». E lo ripete ogni volta che le ruspe si spengono: si china sulle macerie e grida il nome del figlio, uno studente d'ingegneria, originario di San Giovanni Campano (Frosinone), ancora disperso insieme a due amici. Purtroppo quel padre chiama il figlio invano.
Casa dello studente. I vigili del fuoco hanno scavato per metà della notte, con una tregua forzata dovuta alla pioggia, e poi ancora per gran parte della mattinata. All'alba avevano recuperato il corpo di un'altra vittima. Ma quando alle undici e un quarto c'è stata una nuova potente scossa, hanno dovuto mollare tutto. Troppo alto il rischio per la vita dei soccorritori, troppo alto il rischio del crollo defintivo della palazzina, ormai sorretta soltanto da un solaio finito per capriccio di traverso fra due edifici. Troppo pericolo. Impossibile recuperare quegli ultimi quattro ragazzi rimasti imprigionati sotto cumuli di cemento.
I ragazzi sono morti. Ma prima bisogna dirlo ai genitori e agli altri parenti che aspettano stremati, seduti sull'aiuola spartitraffico che fronteggia la palazzina crollata.
Due donne piangono abbracciate. Cercano di consolarsi da un dolore che non si può lenire, anche se ancora vogliono sperare. Una è la mamma, l'altra la zia di una ragazza foggiana. «Ce l'hai dei fazzoletti? Dammeli se li hai perchè io devo piangere ancora», chiede la mamma a una ragazza che le sta a fianco. Anche lei ha un parente in una delle altre palazzine venute giù come castelli di carte. Poco più in là con gli occhi rossi e le facce imbambolate ci sono il padre e la madre di un altro ragazzo. Nemmeno loro sanno darsi pace. «Fate in fretta, dovete fare in fretta», si dispera la mamma di uno dei ragazzi che ancora mancano all'appello.
Ad avvicinare il gruppo di parenti che hanno i nervi a fior di pelle è uno psicologo dell'Esercito, «un compaesano», cosi si presenta. Li raccoglie e li accompagna in disparte, in ciò che resta di un giardinetto con qualche panchina.
Il militare parla con pacatezza ed anzi il suo compito sembra quello di lasciarli sfogare, di lasciare che se la piglino con le operazioni che vanno a rilento, con le pause insostenibili, con Roma e con i santi in paradiso. Ci vorranno ancora un paio d'ore prima che il capo della direzione generale emergenze dei vigili del fuoco, Sergio Besti, li convochi di nuovo per spiegare loro che si tenterà il tutto per tutto pur di recuperare i ragazzi, che si tenterà di alleggerire la struttura demolendone la facciata, ma che l'operazione è maledettamente pericolosa.
Ma non ci sono solo i genitori della casa dello studente a piangere i loro morti. Sull'aiuola spartitraffico delimitata dal nastro bianco e rosso ci sono i parenti delle otto persone, forse dieci, ancora sepolte sotto le macerie del condominio di fronte al pensionato per universitari. Il palazzo sembra tagliato in due con un coltello, metà casa e metà voragine. Travi e piloni come sbriciolati. «Guardateli bene questi appartamenti da 500mila euro, perché qualcuno dovrà rispondere di tutto questo», si sfoga Stefania che sotto le macerie cerca Dante, il fidanzato, giovane dentista. Presto si sarebbero sposati, Dante e Stefania. Ma il telefonino di lui adesso suona a vuoto. L'ultima volta che si sono sentiti è stata la notte della scossa infame. Poi più niente.
Accanto a Stefania e a suo padre, venuto a sostenerala, c'è Valentina, più una sorella che un'amica. Anche lei, aspetta che qualcuno le trovi il suo inseparabile cugino. Caschetto rosso in testa e organizzazione da capo scout è stata lei stessa la scorsa notte ad accorrere, a cominciare a scavare con le mani.
E un'intera famiglia originaria di Vieste, in provincia di Foggia, è stata cancellata dal terremoto. Anna Russo, 44 anni, si era trasferita all'Aquila dopo la separazione dal marito: è morta con le sue quattro figlie: Rosa di 16 anni, Chiara di 14, Michela di 10 e Giusy di soli cinque. A dare l'allarme era stato l'ex marito, Antonio Germinelli, preoccupato perché non riusciva a mettersi in contatto con i suoi familiari. E' stato proprio lui, ieri, a riconoscere le salme.

dall'inviata Natalia Andreani