Processo Santa Rita, parla Brega Massone


MILANO. Ha parlato per sette minuti e senza tentennamenti, sperando di convincere i giudici della correttezza del suo operato. Dopo nove mesi e 23 giorni di detenzione, per lesioni volontarie e truffa, il chirugo pavese ed ex primario della Santa Rita, Pier Paolo Brega Massone, ha preso la parola per la prima volta. Per difendersi: «Volevo solo assicurare una fine dignitosa ai malati terminali».
Maglioncino giallo su camicia azzurra, viso tirato e pallido. L'ex primario di chirurgia toracica della clinica Santa Rita appare dimagrito, segnato da quasi dieci mesi di detenzione. Ma sicuro di sé. Convinto di poter dimostrare la sua innocenza ed estraneità ai fatti. Nessun tremore nella voce quando si siede al microfono, davanti ai giudici del collegio del Tribunale di Milano, per spiegare le sue ragioni. Sette minuti di dichiarazioni spontanee, rese alla presenza dei suoi avvocati, Massimo Pellicciota di Milano e Pietro Trivi di Pavia.
Per la prima volta, dal giorno dell'arresto, il 9 giugno dello scorso anno, viene ascoltata in aula la voce di Brega, molto diversa da quella delle intercettazioni telefoniche fatte sentire fino a questo momento. Brega parla dopo il controesame del consulente tecnico della Procura, Elisabetta Pini, che ha accusato Brega di avere effettuato, nel suo reparto, interventi non necessari su malati in condizioni estremamente critiche allo scopo di gonfiare i rimborsi della Regione, e di avere dirottato alcuni pazienti nelle stanze per la riabilitazione, senza sottoporli alle necessarie cure oncologiche.
Il chirurgo a queste accuse risponde spiegando i criteri (etici, dal suo punto di vista, oltre che medici) che lo avrebbero ispirato nell'attività alla Santa Rita. «Tutto ciò che è stato fatto - dice - è stato compiuto nel modo meno invasivo che potesse essere fatto in quel momento», riferendosi in particolare a nove pazienti, affetti da tumore alla mammella e al polmone e metastasi, su cui sono stati compiuti interventi con una tecnica di tipo palliativo. «Il compito del medico - continua Brega - è anche migliorare la qualità di vita dei pazienti ed evitare loro la fine peggiore. A questo serve la chirurgia palliativa: ad assicurare una morte dignitosa al paziente. Alcuni malati avevano diritto, anche solo per umanità, di interventi palliativi che, per definizione, non possono essere curativi». E per rendere più convincenti le sue affermazioni, il primario fa riferimento alle più illustri riviste scientifiche, rimandando ad un lavoro di Veronesi e a una bibliografia che ha fatto storcere il naso ad alcuni pazienti, presenti tra il pubblico. Quei malati che ritengono di essere stati danneggiati, e che faticano, oggi, a comprendere il linguaggio del medico. Accanto a loro, separati da pochi metri, ci sono anche i pazienti che invece Brega lo difendono. Sono vicini alla moglie del dottore, Barbara Magnani, e finora non hanno perso una sola udienza.
«Tutti i pazienti portati in sala operatoria potevano inoltre sopportare un intervento, come confermato anche dagli anestesisti che erano presenti - prosegue intanto Brega -. La diagnosi per il trattamento dei carcinomi è comunque indispensabile, dunque è importantissimo produrre biopsie per le cure terapeutiche successive». Per il chirurgo, quindi, le accuse sarebbero frutto di un equivoco: «Ciò che è stato considerato intervento chirurgico non era altro che un intervento mini-invasivo, diagnostico o palliativo». Gli ultimi due minuti sono dedicati all'aspetto della retribuzione («Per la riabilitazione mi spettavano 10 euro e 33 centesimi al giorno»), poi Brega conclude: «L'incidenza della mortalità nel mio reparto è stata del 7 per cento, con nove decessi su 128 pazienti». Quindi si alza e l'udienza si chiude. Il medico si sottrae, per un attimo, alla stretta degli agenti di polizia penitenziaria, per dare un bacio alla moglie. Poi ritorna in cella.

Maria Fiore