«Flash, la boxe nel sangue»
VOGHERA.Rocky, all'angolo, aveva il suo Mickey. L'amico, l'allenatore, il mentore di Giovanni Parisi è sempre stato Livio Lucarno. E' a lui che Giovanni, dall'età di 12 anni, confessava sogni, speranze e delusioni. Lo faceva nella palestra dell'associazione Boxe Voghera, all'ex Caserma. Parisi voleva che il Comune la rinnovasse, senza snaturarla. Voleva creare una cittadella della boxe nazionale. Lucarno, circondato dai boxeur che hanno sempre avuto in Parisi un modello, tira fuori un dolore che non si può raccontare. «Chi era Giovanni non si può spiegare a parole. Per capire è meglio guardare questi». Da un cassetto spuntano due guantoni rossi, grandi, vissuti. Guantoni veri, come Parisi. «Erano i suoi, si allenava con questi - racconta l'amico di sempre -. Poteva lottare con un gigante o con un bambino. E' sempre stato un nobile della boxe. Sapeva colpire senza scorrettezze. Era anche capace d'incassare, la vita l'ha chiamato a tante prove dure. Si è sempre rialzato». Storia di un vip dello sport, di un testimonial internazionale della «noble art», che nel suo profondo è sempre rimasto un ragazzo di strada. Amava le auto di lusso e la bella vita, ma sapeva che tutto ha un prezzo e per arrivarci bisogna sudare. «Giovanni era qui ogni giorno, dalle quattro del pomeriggio fino a chissà quando. Teneva molto agli allenamenti. E' sempre stato ordinato. Arrivava, in quella che in fondo era casa sua, e non lasciava mai un calzino fuori posto». Era un esempio. «Gli piaceva il rapporto con i ragazzi. Ho il rammarico che lui non sia diventato allenatore, che non abbia seguito le mie orme fino in fondo». Una pausa, uno sguardo alle pareti cariche di foto di un Giovanni festante. E poi via, un altro round in un passato che niente e nessuno potrà mai cancellare: «La prima volta che ha vinto un torneo juniores è arrivato da me tutto soddisfatto e mi ha detto: 'Livio, io vinco le Olimpiadi". Aveva solo 15 anni. Io l'ho riportato con i piedi per terra, diciamo che ci ho provato. La vittoria a Seul era ancora di là da venire, lui se la sentiva già sui guantoni». Lucarno ha capito che il sogno sarebbe diventato realtà nel 1985. «Quando Giovanni ha conquistato il titolo italiano dilettanti a Roseto Degli Abruzzi, alla fine di quel match, in quel preciso istante, ho capito che era davvero un fuoriclasse. Si, ce l'avrebbe fatta alle Olimpiadi. Mi ha dato una soddisfazione dopo l'altra. Cresceva lui, crescevo anch'io. E' sempre stato bello lavorare con un ragazzo cosi. Era e rimarrà unico». Ne ha fatta di strada dalla sua Calabria. Ne ha masticati di chilometri nelle campagne vogheresi. Un metro, un saluto. Un incontro, un amico in più. Ha riempito palazzetti, fatto appassionare generazioni. Lucarno non vuole togliere al suo Giovanni neanche una briciola: «Io ero all'angolo, in palestra, gli davo i consigli. Sul ring c'era lui, era lui l'asso». La verità, forse, è che a far vincere Giovanni erano tante cose: Lucarno, la palestra, la moglie, i figli, la forza di chi si è sempre portato dentro la famiglia, la sua Vibo Valentia, il sacrificio.
«Sapete cos'ha fatto dopo la vittoria a Seoul del 1988? Ha subito disposto il trasferimento a Voghera dei resti dell'anziana madre, morta in Sicilia. Ha rivoluto vicino mamma». I gesti quotidiani, ecco la chiave per capire Parisi. Lucarno non dimentica i suoi slanci verso il quartiere che l'aveva adottato. «Aiutava tutti, bastava chiedere». Oggi nella palestra del gruppo sportivo del presidente Francesco Ceniccola c'è un posto vuoto. E' il posto più bello, che illuminava il cuore del ring. L'altra sera una luce si è spenta.
Emanuele Bottiroli