Peterson boccia questo basket

PAVIA. Basta ascoltarlo per essere rapiti dal suo carisma, che insieme alle indubbie doti tecniche ne hanno fatto uno degli allenatori più vincenti della storia del basket italiano. Per non parlare dei commenti televisivi per basket e wrestling, fino ai suoi ruoli di anchorman, conferenziere e motivatore per manager. Il 72enne Dan Peterson è intervenuto alla serata del Panathlon Pavia, grazie anche a Giovanni Gallotti, fedele massaggiatore per tanti anni nella grande Milano di D'Antoni e McAdoo. «Ricordo che incontrai l'Annabella Pavia nella Coppa Italia 1986/87 - attacca Peterson - . In panchina c'era Marco Calamai con la sua sciarpa e noi vincemmo di 3 punti. Vincevamo sempre di poco, perché non bisogna mai asfaltare l'avversario. E' una tattica».
Infierire può essere controproducente. «A Pesaro perdemmo di 45 punti, i miei non se lo dimenticarono mai più - prosegue Dan - . Bastava dire che dovevamo affrontare Pesaro e si caricavano». Peterson è venuto altre volte a vedere Pavia, fino a quando al PalaRavizza giocava Danilo Gallinari. «Si vedeva subito che sarebbe diventato un grande. Ho avuto tanti anni suo padre Vittorio che in allenamento segnava sempre e in partita mai. Danilo invece lascia sempre il segno».
E Danilo in Nba? «Nessuno lo conferma, ma per me lui ha fatto pesanti sedute di pesi e si è procurato una discopatia. Scambio mail con Donnie Walsh, presidente dei Ney York Knicks, che mi ha confermato che sperano non si debba operare. Sono convinto che se Danilo dovesse giocare tanto segnerebbe tanto e poi bisogna saper aspettare, tutti al primo anno hanno faticato». Oggi però non si sa più aspettare. «Perché non si progetta più nulla - dice - A San Siro hai un quarto d'ora per convincere il pubblico e anche se ti chiami Beckham sei in discussione. Nel basket l'unica società con un progetto è Siena. Colpa del mercato sempre aperto e del fatto che nelle squadre ci sono troppi stranieri e manca un nucleo italiano forte come ai miei tempi, quando avevi 8 italiani e 2 stranieri, il che creava attaccamento alla maglia ed era una base per la nazionale. Oggi mi è piace Poeta fra gli italiani, ma il resto è un cambio continuo».
Poi spiega come ha fatto a resistere nove anni sulla panchina di Milano. «Elogiare ad alta voce davanti a tutti e rimproverare a bassa voce, in modo che senta solo l'interessato. I miei miti? Fra gli italiani Dino Meneghin, D'Antoni e McAdoo, ma non dimentico Gallinari e Russ Schoene: due anni a Milano due scudetti, due coppe e zero problemi». Dan ha commentato il wrestling. «Andavo a pranzo con Bruno Bogarelli e ogni giorno gli proponevo un'idea che scartava sempre, fino a quando non mi propose lui il wrestling. Ero scettico, invece sfondammo subito». Il rapporto con lo staff? «Prima quando si sceglieva un allenatore gli si chiedeva quali giocatori acquistare e si vinceva. Oggi non accade più. E poi il rapporto con i giocatori: non una lavagna su cui scrivere un mucchio di cose, ma poche, chiare e mirate. Ricordo una finale con Pesaro, a 3' dalla fine eravamo sotto di 5 punti, chiesi a D'Antoni se voleva passare alla 1/3/1, che faceva spaventare gli avversari appena la si provava. Mike mi disse, in inglese, no coach, lui che doveva marcare Kicanovic. Ebbene 6-0 di parziale e vittoria con canestro finale di Mike». Gli arbitri? «Non urlavo, non dicevo parolacce, ma mi facevo rispettare. E questo vale anche nella vita, perché abbiamo arbitri anche nella vita di tutti i giorni».
Maurizio Scorbati