Ma la sfida più difficile di Barack sarà in Iraq e in Afghanistan


Nonostante i mal di pancia dei radicali del suo stesso partito, Barack Obama ha annunciato che entro l'agosto del 2010 gran parte delle truppe americane lascerà l'Iraq. Resteranno per un altro anno ancora dai trenta ai cinquantamila soldati, per rafforzare ulteriormente la neonata democrazia irachena e per tutelare le grandi compagnie americane che si stanno occupando della ricostruzione del paese. Ma il neo-presidente ha parlato anche di una strategia per il Medioriente e l'Asia centrale che dovrebbe coinvolgere tutti i paesi di quell'area, «compresi Iran e Siria» che Bush chiamava 'rogue", paesi canaglia. Adesso la Casa Bianca annulla quelle classificazioni sommarie e intraprende una via politica al termine della quale sarà chiaro che la fine della guerra in Iraq «rende possibile una nuova era di leadership e iniziative americane» in tutta la regione.
Ma per rendere credibili le sue parole, il neo-presidente degli Stati Uniti deve affrontare e vincere il terrorismo alle radici, cioè in Afghanistan e in Pakistan. La spedizione della Nato a Kabul e dintorni non ha ottenuto finora grandi successi, anzi è riuscita a ravvivare i mille nazionalismi della zona. I Talebani sono riusciti a dimostrare l'inconsistenza del presidente-fantoccio, Karzai, di cui anche gli Usa vogliono adesso liberarsi. Inoltre gli estremisti religiosi sono presenti in tutto il paese, e colpiscono con eguale durezza le forze occidentali, anche quando - come è il caso dell'Italia - la loro presenza è di tipo più civile che militare. I soldati di Allah e i loro alleati capi-clan nascondono nelle montagne da 8 anni i leader di Al Qaeda, Bin Laden e al Zawahiri, sfuggiti ai bombardamenti delle montagne e a taglie multimilionarie.
In Afghanistan come in Pakistan fiorisce il narco-traffico, destinato a comprare armi e amicizia delle popolazioni locali, che presentano il loro bilancio di vittime civili procurate dalla Nato: 2118 nel 2008, il più alto dall'inizio della guerra. E nemmeno l'aumento della presenza militare americana agli ordini del generale meglio riuscito in Iraq, Petraeus, annunciato da Obama, riuscirà a 'civilizzare" l'Afghanistan, sopravvissuto all'occupazione inglese nell' 800 e a quella sovietica nel ‘900, guadagnandosi la definizione di 'cimitero degli imperi". Obama spera forse di conquistare il cuore di quelle genti ampliando la cooperazione economica e istituzionale, creando case, scuole, ospedali. Non è detto però che questa specie di 'new deal" sia facilmente esportabile. Molti specialisti occidentali invitano a non cercare una 'vittoria" impossibile, e di preparare invece una strategia d'uscita dall'Afghanistan non troppo dissimile da quella elaborata per l'Iraq.
Non dovrebbe poi sfuggire a Washington che il Pakistan è un alleato precario, pullulante di fanatici islamisti e in possesso, sfortunatamente, di un arsenale nucleare fornito proprio da noi.

Giancesare Flesca