Il Pd ricomincia da Franceschini

ROMA. Allontana il fantasma della scissione, promette discontinuità e attacca Berlusconi. Dario Franceschini è il nuovo segretario del Pd e, con l'impegno di azzerare subito coordinamento e governo ombra, viene eletto con un risultato quasi plebiscitario: 1047 preferenze su 1258 votanti. All'unico sfidante, che è Arturo Parisi, vanno appena 92 voti. «Ora comincia la stagione dell'unità» dice il neo-segretario, 50 anni, ferrarese, ex popolare ed ex esponente della sinistra Dc (area Zaccagnini). Sfoderando un tono aggressivo, il sucessore di Veltroni (che dopo la sua elezione si precipita a casa dell'ex segretario) spiega dal palco che il Pd «è figlio dell'Ulivo e di Romano Prodi», esalta il progetto riformista nel quale si ritrovano gli ex Ds e gli ex popolari.
Assicura che «indietro non si torna» ed esorta gli oltre 1200 delegati giunti alla Fiera di Roma da ogni parte d'Italia a «lavorare per costruire un nuovo giorno».
L'elezione di Franceschini è molto meno problematica del previsto e i timori della vigilia vengono subito smentiti. L'assemblea boccia infatti la proposta sostenuta da Parisi di scegliere la via delle primarie ed approva, con 1006 voti a favore, la scelta di votare subito il nuovo segretario che dovrà guidare il partito fino al congresso di ottobre. I favorevoli alle primarie sono 207 e gli astenuti 16.
Il neo-segretario non nasconde le difficoltà in cui si trova il Pd e chiede subito di passare all'azione: «Questo è il momento delle verità e non delle emozioni. Dobbiamo capire i nostri errori ed avere l'orgoglio delle cose belle realizzate. Serve chiarezza ed è il momento in cui tutti insieme ci rimbocchiamo le maniche».
Franceschini rende l'onore delle armi a Veltroni («Senza di lui non sarebbe nato il Pd...») ma non pretende nessuna assoluzione per gli errori compiuti. Annuncia, tra gli applausi, che azzererà il governo ombra e il coordinamento del Pd ma non la direzione «perché è stata eletta» e poi assicura che guiderà il partito in piena autonomia: «Sceglierò io, senza mediazioni, e chi batte le mani adesso non venga domani a chiedere di nominare qualcuno». E d'ora in poi, ammonisce, «mai più interviste sulle nostre divisioni». Si passa quindi alla collocazione europea del partito: «Non entreremo nel Pse ma staremo anche con i socialisti e lavoreremo per costruire in Europa un luogo in cui stiano insieme tutti i riformisti».
Il Pd «dialogherà» con l'Udc e la sinistra per «forgiare» nuove alleanze ma sulla vocazione della scelta maggioritaria «non si torna indietro». L'appaluso più lungo arriva quando Franceschini, parlando del caso Englaro e della legge sul diritto all'idratazione e all'alimentazione, definisce «inviolabile e sacro» il principio della «laicità» dello Stato. Un battimani di quasi un minuto arriva anche quando, prima ancora di essere eletto segretario, Franceschini annuncia che oggi si recherà nella sua città (Ferrara) per giurare sul testo della Costituzione appartenente a suo padre (ex partigiano di 87 anni). E non manca un affondo per Berlusconi: «Ha in mente una forma moderna di autoritarismo. Non vuole governare il paese, vuole diventare padrone d'Italia. Vive come un ingombro il Parlamento e il ruolo di garanzia del presidente della Repubblica. Arriva al cinismo di attaccare la Costituzione attorno al letto di una ragazza morente e al cinismo di sfruttare la paura per legalizzare le ronde, contro tutti i diritti umani».
Le divisioni nel Pd sono solo un brutto ricordo? Per ora dai big del partito arrivano solo attestati di stima. Franceschini? «Ha fatto un discorso serio e responsabile» chiosa Massimo D'Alema. «Siamo impegnati a far ripertire il progetto del Pd e daremo a dario tutto l'aiuto che vorrà chiederci» aggiunge Francesco Rutelli. Al coro si aggiunge anche il futuro candidato al congresso, Pierluigi Bersani: «Stiamo facendo la cosa giusta».