Mori durante un intervento, chirurgo a processo

PAVIA. Quattro giorni in ospedale, dove era ricoverato per problemi al cuore e all'intestino. Poi la morte. I familiari di Carlo Bellorini, un imprenditore in pensione della provincia di Varese, di 83 anni, presentarono un esposto in procura. Il primo capitolo dell'iter giudiziario, avviato nel 2005, si è concluso pochi giorni fa, con il rinvio a giudizio di un medico e due archiviazioni. «Perforazione intestinale e intossicazione acuta da fosfati», dice la perizia. In aula, per omicidio colposo, si presenterà il 21 maggio il medico chirurgo del San Matteo Adele Sgarella, 53 anni.
Carlo Bellorini sarebbe morto, secondo il capo di imputazione, per uno «choc cardiogeno secondario a peritonite mista», dovuto alla perforazione dell'intestino in seguito a un clistere. «L'imputata lo avrebbe materialmente fatto oppure ordinato», sostengono i legali di parte civile Enrico Giarda e Paolo Costa. Il processo nasce dalla denuncia della figlia della vittima, Rosa Bellorini, medico anche lei, che aveva deciso di far ricoverare il padre al Policlinico, dove aveva già riceuto delle cure. Ricoverato a febbraio, l'83enne mori dopo pochi giorni. La perforazione dell'intestino, degenerò in peritonite a causa dell'introduzione di lassativi. Questa l'accusa (erano indagati tre medici, ma solo per uno il giudice Erminio Rizzi ha disposto il giudizio). La difesa è pronta a dare battaglia. «La dottoressa Sgarella sta subendo una gravissima ingiustizia per il solo fatto di essere imputata - dichiara l'avvocato difensore Alessandra Stefàno -. L'accusa nasce da una denuncia del tutto infondata, pretestuosa e inveritiera. Lo dimostreremo al di là di ogni ragionevole dubbio. In realtà non avremmo neanche dovuto arrivare a discutere questo processo davanti a un Tribunale, per la ragione che la prova dell'assoluta innocenza del medico è già contenuta negli atti processuali. Sino ad un certo punto tutto si è sviluppato attorno a una ricostruzione dei fatti non rispondente alla realtà; ciò ha condizionato anche la perizia che conclude si affermando che sarebbe ravvisabile responsabilità in capo alla mia assistita, ma questo senza avere potuto prendere in considerazione elementi difensivi determinanti. Quando la difesa ha potuto esercitare il suo diritto, sono state prodotte indagini che dimostrano come i fatti siano diversi rispetto a quanto 'raccontato" dalla parte offesa e come un'attenta analisi tecnico scientifica evidenzi che il decesso sia da ascriversi a cause naturali, non certo a condotte colpose da parte di chi lo ebbe in cura. Relazioni scientifiche redatte da illustri professionisti ci consentiranno di dimostrare la verità: la mancanza di un collegamento tra la condotta del medico e il triste evento».