Ricali, la precaria della fatica
PARONA. Prende poco e ogni due anni rischia di perdere il posto in squadra. Cecilia Ricali, 24enne paronese cresciuta nelle fila della Ilpra Vigevano, è una azzurra delle prove multiple ed è entrata nel gruppo sportivo delle Fiamme azzurre (cioè la polizia penitenziaria) nel dicembre 2005. Ora è agente semplice, il che comporta uno stipendio da 1.340 euro al mese. Il suo è un posto fisso, ma se non si conferma ad alti livelli tra due anni dovrà dire addio alla pista e si ritroverà a fare l'agente penitenziario, a meno di non rinunciare alla divisa. Ha capito presto che con l'atletica non si diventa ricchi e con il suo diploma di fisioterapista potrebbe anche cercarsi un lavoro più remunerativo, ma non vuole rinunciare alle gare. «Spero di poter fare la fisioterapista anche tra dieci anni - dice - ma almeno qui so che se dovesse andarmi tutto male, uno stipendio fisso ce l'avrei comunque».
Ogni due anni le Fiamme azzurre decidono se tenerla o toglierla dalla squadra. Tutto dipende dai risultati, come fosse un precariato sportivo. «Nel 2008 non ho gareggiato perché ero infortunata - spiega Ricali -, ma in casi come questo all'atleta viene concesso un anno in più per confermarsi». Cecilia si allena nel suo club civile, cioè l'Ilpra Vigevano, al centro sportivo delle Fiamme azzurre a a Roma va poche volte l'anno, per le terapie o per qualche raduno con i tecnici della squadra militare. Tutte delicatezze che nel mercato del lavoro non si vedono.
Il rovescio della medaglia è che di soldi ne vede pochi. Ora Ricali è agente semplice, per salire di grado dovrà aspettare il dicembre 2010, fino ad allora il suo stipendio resterà di 1.340 euro. Di premi extra non se parla, anzi. E poi ci sono i raduni nazionali, pagati dalla Fidal: «Sono quattro in un anno e durano una settimana l'uno - dice Ricali - . Ci pagano vitto e alloggio, ma non sono previsti contributi extra, almeno non per noi delle prove multiple». Per la Fidal gli atleti di interesse nazionale sono divisi in tre fasce: l'élite, cioè quelli da medaglia olimpica, i velocisti e gli altri. «I premi arrivano soltanto dagli organizzatori di certi meeting - spiega la paronese - . Le società civili ti rimborsano le trasferte e magari ti danno dei premi per i risultati, ma parliamo di mille o duemila euro al massimo e per atleti già di buon livello. Quanto alla nazionale, solo quella assoluta ti dà un gettone di presenza di 500 euro se partecipi alle manifestazioni nazionali. Se sei un vero sportivo pensi agli obiettivi agonistici, non a quello che potresti guadagnare, ma finché studi ti può andare bene questa situazione, poi non più. Con la tranquillità di uno stipendio fisso e non avendo una famiglia a carico posso giocarmi questi anni, ma se non fosse cosi le mio priorità cambierebbero».
Ricali appartiene a una generazione che fatica a trovare il proprio spazio nel mondo del lavoro: «I contratti a tempo determinato non ti danno sicurezze per il futuro, io mi sento fortunata - dice - . Fare l'agente non è il mio sogno, ma se dovesse andarmi tutto male io almeno un lavoro ce l'avrei. Forse tra dieci anni avrò lo stesso problema dei miei coetanei, con la differenza che dopo i 30 anni magari hai una famiglia e quindi sei meno flessibile».
Ricali non si lamenta, ma leggere degli stipendi che girano nel mondo del calcio la fa arrabbiare. «Più che altro mi fanno arrabbiare i soldi sbandierati, soprattutto in un momento di crisi - spiega - . Se uno stipendio fosse equiparato allo sforzo, chi fa la 50 chilometri di marcia o un ciclista dovrebbe guadagnare più di un calciatore e comunque nessuno sportivo lavora cosi tanto da meritare stipendi da milioni l'anno».