Tela del Cinquecento, lite tra giudici

CERTOSA. L'indagine era stata archiviata dalla procura di Pavia nel 2001. A distanza di otto anni, i giudici di Milano hanno riaperto il caso del dipinto del pittore cremonese Vincenzo Campi. Il quadro, raffigurante San Francesco mentre riceve le stigmate, risale al XVI secolo ed era stato stimato in 200 milioni di vecchie lire. Da circa un decennio è al centro di una vicenda giudiziaria dai contorni misteriori. Recuperato nel 2000 in un'abitazione di Certosa, era stato sequestrato dai carabinieri e alla fine era tornato in provincia di Pavia. Ora tutto è di nuovo in discussione.
Il magistrato milanese Giuseppe D'Amico, dopo quasi otto anni, chiede che il dipinto venga restituito alla curia arcivescovile della diocesi di Mantova, a cui sarebbe appartenuto fino al furto. Il quadro sarebbe stato trafugato da una piccola chiesa, nel Mantovano appunto, all'inizio del secolo scorso. L'avvocato che difende la famiglia di Certosa, Fabrizio Gnocchi di Pavia, si è opposto alla decisione. Il gip, ora, dovrà decidere. L'udienza è fissata per il 5 febbraio. Fino a quella data, la proprietà del quadro resta in bilico. Sospesa tra Mantova e Certosa. La vicenda giudiziaria inizia alla fine degli anni '90, con la denuncia per ricettazione nei confronti della famiglia di Certosa, ma la storia del quadro (datato anno 1573) è più vecchia. Risale agli anni prima della seconda guerra mondiale, quando il parroco della chiesa di Santo Spirito a Mantova denuncia il furto del dipinto.
Un furto che sarebbe stato scoperto durante un inventario e fatto risalire agli anni tra il 1935 e il 1939. Alla fine degli anni '90 l'opera di Vincenzo Campi viene trovata a Certosa (dove si trova da almeno mezzo secolo), in possesso di un'anziana donna che poi, in un testamento successivo, la lascia alla figlia. La Procura apre un'inchiesta per ricettazione, ma dopo pochi mesi viene archiviata. Si dispone che il dipinto torni a Certosa, dove è stato dagli anni '40. La donna fornisce una versione precisa sulla provenienza, spiegando di avere ricevuto l'opera dal suocero, che a sua volta l'aveva recuperata da una famiglia di contadini del Mantovano. Del procedimento entrano a far parte alcuni scritti difensivi, in cui si legge: «Il dipinto veniva utilizzato per avvolgere le fascine. Era in pessime condizioni, tanto che nessun restauratore sembrava essere in grado di recuperarlo». Alla fine viene affidato a uno studio specializzato, che lo riporta al suo splendore quasi originario. Chiusa l'inchiesta, il dipinto torna quindi a Certosa. Fino a ottobre del 2008, quando il nucleo dei carabinieri di Monza per la Tutela del patrimonio culturale, lo trovano esposto in una mostra, a Milano, e lo sequestrano.
Il pubblico ministero di Milano convalida il sequestro e dopo qualche giorno ordina che il dipinto, che rappresenta «un capitolo estremanente importante della vicenda artistica di Vincenzo Campi» venga restituito alla diocesi di Mantova. La decisione ora passa al giudice. (m. fio.)