«Le mie memorie fra dopoguerra e boom»

VOGHERA.«Voghera? e dov'è Voghera?». La domanda se la pone un giovanissimo Vittorio Emiliani nell'estate del 1954 quando il padre, segretario comunale, gli comunica che, avendo vinto il concorso nella città di Voghera, «è là che dobbiamo trasferirci».
Comincia cosi il recentissimo libro di Emiliani 'Vitelloni e giacobini, Voghera-Milano, fra dopoguerra e boom" (edito da Donzelli, pagg. 281, euro 16), in cui l'autore, dopo l'interrogativo che si è posto con qualche preoccupazione, perché significava abbandonare Urbino e Bologna, inizia a scavare nella memoria e ricostruisce gli avvenimenti di quei, come li definisce, «duri, intensi, difficili anni Cinquanta». E lo fa in modo dettagliato, minuzioso, corredando il racconto con sapidi, brillanti considerazioni su personaggi, vicende, atmosfere.
Insomma un diario narrativizzato in cui l'autore - ed è questo uno dei maggiori pregi del libro - presenta sempre una visione «globale» di ciò che accade. Cosi le situazioni in provincia sono determinate, collegate, si intersecano con gli avvenimenti nazionali e internazionali e gli anni Cinquanta sono quindi presentati con tutto il loro patrimonio politico e culturale.
Le città in cui si svolgono i fatti narrati da Emiliani sono soprattutto Voghera, Pavia e Milano. Tre città nelle quali il giovane studente di legge con la passione del giornalismo trascorre la giovinezza e la prima maturità e realizza avventurose esperienze con la carta stampata, partecipa alla locale vita politica e culturale, getta il seme per amicizie e rapporti che rimarranno saldi negli anni.
A Pavia, città che definisce «chiusa difficile da capire e da amare», sono gli studi universitari a calamitare le esperienze di Emiliani. E nella galleria dei professori che lo esaminano ecco spiccare la figura del rettore Plinio Fraccaro, «intelligentissimo e framassone». Poi ci sono le prime esperienze politiche nelle associazioni goliardiche in cui il futuro giornalista viene a contatto con compagni di studio che diventeranno dirigenti nazionali di partiti e industrie. Infine vi sono le esperienze nelle locali tipografie: alla 'Popolare", sotto l'occhio attento e spesso irato del «siur» Brega, e alla 'Industria tipografica pavese" per la stampa de 'Il Cittadino".
A Voghera, che il giovane romagnolo avverte come «città operaia che mantiene dentro di sé una irriducibile anima contadina, anzi ortolana, campestre, piccolo proprietaria», è l'esperienza del settimanale 'Il Cittadino" a fare da crogiolo per il futuro inviato speciale del 'Giorno". 'Il Cittadino" esce nel 1956 e chiude nel 1967, gli anni in cui l'Italia abbandona definitivamente il «dopoguerra» e vive una stagione di crescita economica (il boom) e di desiderate, ma solo in parte realizzate, riforme politiche. Emiliani dedica molte pagine all'esperienza de 'Il Cittadino", descrivendone con affetto e arguzia i protagonisti di quell'avventura giornalistica: Italo Betto, il «capo», Tino Giudice, Giuseppe Tarozzi, Gianluigi Stringa, Toni Fasoli, Enrico Marelli, Aldo Nava, Roberto Odorisio, Ambrogio Arbasino, Angelo Calvi, Giuseppe Vallini, Giuseppe Turani, Giovanni Maggi, Dino Traversa, Giampiero Alessi, Giampiero Armano, Giancarlo Perduca.
Ma 'Il Cittadino" è lo specchio della Voghera di quegli anni ed Emiliani, non sottraendosi a rivisitazioni storiche per spiegare l'allora attualità, racconta i mutamenti cittadini attraverso i protagonisti di quei mutamenti: Ugoberto Alfassio Grimaldi, Riccardo Dagradi, Antoniò Airo, per citarne i principali.
Poi arriva Milano e arrivano le collaborazioni con 'Il Mondo", 'Comunità", l' 'Espresso" e l'incontro con Italo Pietra che sarà fondamentale per la futura carriera di Emiliani nell'editoria nazionale.
Un filo sottile ideale più che ideologico collega le pagine della narrazione: quello di matrice libertaria-socialista. Una matrice che rifugge dalle contrapposizioni ruvide, dagli assunti inconfutabili e dallo scoramento.
E il libro si chiude con una considerazione: «A pensarci bene - scrive Emiliani - nessuno di quel gruppo, pur tra crisi e nevrosi, non si è mai rassegnato e nemmeno adattato, a non provarci a cambiare le cose in meglio». Una considerazione che è un riconoscimento per chi ha lavorato negli anni Cinquanta a Voghera con Emiliani e uno stimolo per le generazioni che sono venute dopo. (g.m.)