Moggi arrogante per i giudici
ROMA.Il mondo del calcio non è una zona franca, immune dall'applicazione del diritto penale. Un mondo, quello delle società sportive, dei procuratori, dei dirigenti federali, caratterizzato da assenza di regole anzi da un «fenomeno di generalizzata deregulation anche per la scarsa attenzione degli organi direttivi della Figc». Una dura reprimenda quella dei giudici della decima sezione del Tribunale di Roma, che hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo Gea con cui l'8 gennaio Luciano Moggi è stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione e il figlio Alessandro a un anno e due mesi, per il reato di violenza privata nei confronti dei calciatori Emanuele Blasi e Nicola Amoruso e dei calciatori russi Budiansky e Zetulaeev. I due Moggi furono assolti dalle accuse di illecita concorrenza con minacce e violenza e soprattutto dalla associazione per delinquere. Moggi, secondo le motivazioni, non ha avuto atteggiamenti tipici della criminalità organizzata, ma piuttosto dettati da arroganza e da modalità minatorie nei confronti di Blasi. Secondo i giudici della decima sezione del Tribunale di Roma, presieduti da Luigi Fiasconaro, «l'applicazione del diritto penale non trova limitazioni di sorta nell'ordinamento sportivo e i reati, da chiunque commessi, restano tali anche nel mondo del calcio».
Secondo il tribunale vi sono stati comportamenti che hanno travalicato anche la soglia della liceità penale «accompagnati dalla strana convinzione che anche l'applicazione dei principi elementari del diritto penale potesse o dovesse essere in qualche modo condizionata al previo conseguimento da parte delle società di calcio, degli agenti o degli stessi calciatori, dei propri personali interessi».
Per quanto riguarda Luciano Moggi, il suo «atteggiamento intimidatorio non integra la fattispecie dell'articolo 513 (illecita concorrenza) in danno del calciatore Emanuele Blasi né le modalità che possono essere ascritte tra quelle tipiche della criminalità organizzata». Ma l'atteggiamento dell'ex direttore generale della Juventus nei confronti di Blasi nell'ambito delle trattative per l'adeguamento del contratto del calciatore del Napoli, allora alla Juventus, è quello della violenza privata. Il tribunale, sempre per il caso Blasi, parla di «rapporto del tutto illegittimo tra Luciano Moggi e il figlio nella gestione dei calciatori da cui lo stesso Alessandro Moggi riceveva la procura».