L'uomo che salvò 50mila armeni
Si dice che il tempo è giudice imparziale e, alla fine, rende giustizia. Ora la sta rendendo a Giacomo Gorrini, nato a Molino dei Torti in provincia di Alessandria nel 1859 e morto a Roma nel 1950. Questo signore fece tante belle cose ma il suo capolavoro fu salvare 50.000 armeni già ammassati nei convogli e diretti al massacro.
A scanso di equivoci, ripeto la cifra: 50.000. I suoi titoli, i suoi incarichi, le sue onorificenze richiederebbero troppo spazio, quindi sintetizzo. Giacomo Gorrini consegui due lauree, frequentò corsi di perfezionamento a Berlino e Firenze, fu membro della Société d'Histoire Diplomatique di Parigi, membro del Filologicos Syllogos Partenassos di Atene, libero docente a Firenze, membro del consiglio direttivo della Società Geografica Italiana.
Ma questa è solo una parte. E' considerato il fondatore dell'Archivio Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri italiano, collaborò al Corriere Diplomatico e Consolare, scrisse una ventina di libri stampati da editori torinesi. Dal 1911 al 1915 fu console generale d'Italia a Trebisonda. Nel 1915, l'entrata in guerra dell'Italia contro la Turchia lo costrinse a una precipitosa e avventurosa fuga sul Mar Nero. Fu tra i primi a diffondere le notizie sul genocidio degli armeni, le loro inutili implorazioni, il loro strazio, le atrocità che subirono.
Non riferi per sentito dire; un lembo di quella tragedia, con vittime e carnefici, passò sotto le sue finestre: fu testimone oculare. Il 25 agosto 1915 rilasciò al quotidiano Il Messaggero un'intervista intitolata: «Orrendi episodi di ferocia musulmana contro gli armeni». Il 14 novembre 1918 presentò un «Memoriale» che avviò le discussioni di Sevrés, Ginevra, Losanna. Le notizie sul genocidio (si parla di 1.450.000 vittime) e su Gorrini sono reperibili su Internet e confermate nel libro del console armeno in Italia Pietro Kuciukian «Voci Nel Deserto» da pagina 73 a pagina 101.
Sintetizzare l'opera di Giacomo Gorrini in una lettera alla Provincia Pavese è impossibile. Ciò che egli ha fatto lo diciamo ora noi italiani, ma lo dicono meglio, e lo confermano, loro: gli armeni. Il suo capolavoro fu l'opera di un uomo astuto come una volpe e rapido come la folgore. Informò l'ambasciatore degli Stati Uniti e il delegato apostolico a Costantinopoli. Fece in modo che sfiorassero la rottura diplomatica se le autorità turche non rilasciavano i 50.000 armeni già ammassati nei convogli e diretti al massacro. Alla fine furono tutti liberati.
Eppure per oltre cinquant'anni un crostone d'oblio lo aveva quasi cancellato. Oscar Schindler salvò 1.100 ebrei, gli hanno dedicato un film di successo, ha vinto sette oscar e fatto il giro del mondo.
Giorgio Perlasca salvò 5.000/6.000 ebrei ungheresi, la televisione gli ha dedicato uno sceneggiato trasmesso in due puntate e lo ha fatto conoscere in mezzo mondo.
Se i numeri hanno ancora un senso, cosa merita l'uomo che salvò 50.000 esseri umani pronti per il massacro?
Nell'ottobre 2007 vidi per la prima volta la sua tomba nel cimitero di Voghera. Era in condizioni pietose, in un sotterraneo buio, sporca e in stato di abbandono. Si dice che siamo un popolo senza memoria e forse è vero, ma c'è sempre qualcuno che non dimentica. E questa volta, e per questo uomo, il tempo gli sta rendendo giustizia.
A Erevan, sulla Collina delle Rondini gli armeni, riconoscenti, hanno costruito il Monumento al Genocidio e il suo nome compare tra i giusti. Quel monumento conserva pugni della sua terra, della nostra terra. Voghera si è mossa; ha sistemato la tomba, lo ha ricordato pubblicamente in alcune occasioni, lo farà ancora. Finalmente il ricordo ha rotto l'oblio, l'amore ha vinto l'indifferenza, il tempo rende giustizia.
A Voghera c'è ancora quella che fu la sua casa e alcune persone che giovanissime, lo conobbero. Molino dei Torti, entro la fine del 2009, ricorderà Giacomo Gorrini come meritano di essere ricordati i grandi uomini: con un monumento. Perchè non vogliamo che egli sia morto per sempre.
Remo TortiDorno
La loggia e il percorso
fra tre piazze a Pavia
In un momento di incertezza sul futuro della città e sulle possibilità dell'architettura di individuare nuove forme di rappresentazione collettiva, è giusto rivendicare la necessità di conservare i centri storici. Non perché nostalgicamente evocano il passato, ma perché rappresentano una risorsa per l'abitare oggi.
Per conservare bisogna però trasformare, attribuire un senso nuovo alle cose che già ci sono: l'attualizzazione delle forme del passato è condizione della loro sopravvivenza. A meno di non accettare la riduzione della dimensione sociale della città ad una dimensione museale. La città storica, come sta avvenendo in molte città europee, diventa museo di se stessa abitata occasionalmente da comitive di turisti.
Se in piazza della Vittoria, dunque, è necessario coprire l'accesso al mercato, per non bagnarsi quando piove mentre si apre l'ombrello, per non scivolare sulle scale quando nevica, per capire qual è l'ingresso principale e distinguerlo dagli altri, perché no? Perché non studiare, non so come chiamarla, una loggia, una tettoria, un dispositivo architettonico che segna il punto di passaggio tra un sopra e un sotto, fissa una soglia che distingue la strada dalla piazza (due modi diversi di essere della piazza), ne ridisegna il fondale?
Il fascino di Pavia non deriva solo dalla bellezza dei suoi monumenti, ma dalla straordinaria capacità che interni ed esterni, spazi aperti e costruiti, pubblici e privati, hanno di stare insieme. Di integrarsi, mantenendo ognuno la propria identità e il proprio ruolo, grazie anche ad una serie di elementi intermediari: portici, loggiati, percorsi coperti e scoperti.
Perché la nuova «tettoia» non potrebbe essere pensata come l'inizio di un percorso coperto, da riprogettare e valorizzare, che dalla piazza Grande scende al livello del mercato (adibito ad attività commerciali, espositive e culturali); prosegue passando sotto il Broletto fino in piazza Cavagneria; continuando (più o meno alla stessa quota) attraverso la cripta recuperata del Duomo e ciò che resta della città romana, risale in piazza Piccola? Un percorso fra tre piazze.
Fatto è che la «loggia» a molti non piace. E credo sia sbagliato sottovalutarne le ragioni. E' vero, ci sono resistenze e pregiudizi nei confronti di ogni novità. Certo la loggia non va guardata come oggetto in sé, va vista nello spazio. Ma ogni spazio ha una sua identità, ogni architettura è riconoscibile e giudicabile in quanto ha dei caratteri che si mantengono nel tempo. Il fatto che non ci sia un accordo sul nome da dare alla loggia, nel linguaggio parlato, è sintomatico dell'oggettiva difficoltà di esprimere, oggi, con linguaggio architettonico, valori comuni e condivisi.
Mario Mocchiarchitetto, Pavia
Pavia, che peccato
la chiusura della Kursaal
Sono una comune cittadina di Pavia, che, come molti, sono triste per la vicenda della chiusura della sala cinematografica Kursaal di Pavia.
E' stato un mito per molti anni, un simbolo iconografico della città, che ha dato molto ai cittadini.
Ringrazio anche il personale dipendente, le cassiere, gli operatori che hanno svolto il loro servizio con estrema diligenza e cordialità, sempre col sorriso sulle labbra.
La sala Kursaal ormai faceva parte delle nostre giornate. Facendo una camminata per il Corso, si dava uno sguardo alla scalinata e allo sportello d'entrata con le locandine del film in programmazione.
D'ora in poi vedremo solo un cantiere e poi degli appartamenti, un quadro mesto. Un vero peccato.
Paola C.Pavia
Voghera, l'Admo ringrazia
per i voti ricevuti
L'associazione donatori midollo osseo (Admo) di Voghera ringrazia quanti hanno dimostrato il loro affetto e la loro stima in occasione del concorso «L'associazione più amata». I numerosi voti ottenuti dimostrano che la popolazione è vicina ai volontari dell'Admo che da più di 10 anni stanno informando la popolazione circa la possibilità di guarire malattie gravi quali la leucemia grazie alla donazione e al trapianto di midollo osseo.
I volontari sono orgogliosi e soddisfatti poiché è stato premiato il lavoro svolto a favore di chi soffre. La fiducia di quanti hanno votato per l'Admo è ben riposta, infatti gli instancabili volontari continueranno a divulgare il messaggio di Admo dando una speranza a tanti ammalati.
Isabella ValleAdmo, Voghera
Giussago, ancora bagarre
sul revisore dei conti
Revisori dei conti. Apprendiamo con stupore che neanche il capogruppo dei consiglieri di maggioranza non ha capito (o fa finta) la forzatura commessa dal sindaco di cui tenta una goffa difesa.
La questione è chiara, l'interrogazione presentata dal nostro gruppo fa riferimento alla delibera del 26 novembre «nomina dei revisori dei conti per il triennio 2009-2011» quando il sindaco senza presentare alcuna relazione, senza avere minimamente preso in considerazione alcuna altra candidatura, e in contrasto con la legge e il regolamento comunale di contabilità, ha nominato il revisore per un terzo mandato.
I consiglieri del PoloGiussago