Come letto soltanto un marciapiedi Le storie dei clochard di Voghera

VOGHERA. Nella capitale dell'Oltrepo si dorme ancora sulle panchine. Se non c'è il volontario, ad ascoltare non c'è nessuno. Ma davvero si «sceglie» di dormire all'addiaccio, anche con meno tredici la notte? La Consulta comunale per i problemi sociali di Emilia Montagna e Moreno Baggini prepara una riunione per riflettere sul da farsi. Sembra che le istituzioni, convegni a parte, siano distanti. Sui marciapiedi ci sono tanti italiani, ultimamente anche giovani cassintegrati. Hanno i volti di Giuseppe, Nino, Franco, Antonio, Germano o Fabio.
Il clochard non è più solo maschio. Per strada finiscono anche le donne, come Rosa, poco più che cinquantenne, in lotta contro l'alcolismo e un destino crudele. Mohammed e Florin hanno invece il volto degli stranieri che ultimamente dormono nei cantieri edili: arrivano in trasferta dal bergamasco o dal milanese e pernottano in sacco a pelo sui luoghi di lavoro, dove spesso ci sono caporali che li sfruttano contando sul fatto che sono alla fame. Discorso analogo vale per le prostitute che per strada sono mandate da organizzazioni criminali che spesso le ricattano e le drogano per renderle schiave. Senza parlare di qualche anziano solo, che fruga nei bidoni al termine del mercato di piazza Duomo. Gli enti caritativi e le associazioni di volontariato fanno di tutto: Zanaboni Onlus (con mensa e dormitorio), Caritas (con centro d'ascolto e una partnership con lo Zanaboni), Croce Rossa (con aiuti), Cooperativa Treottouno (attraverso il reinserimento), il gruppo Insieme e la Comunità del Carmine (concentrate su ascolto e guida degli indigenti) uniscono le forze tutti i giorni. Eppure è solo una goccia nel mare.
In centro si vedono ancora persone acciambellate su una panchina, gente che sfida lo sguardo distaccato dei passanti che parlano al telefonino. Il nodo è anche la mancanza di sufficienti case popolari. Frammenti di quotidianità di una città tutto sommato benestante. Ne sa qualcosa Rosa, che ha visto l'amica Marisa morire di alcol e stenti. Ora anche lei, che le è sopravvissuta, è di fronte a una vita difficile in città: ciclicamente è alla Camera del lavoro alla ricerca di un lavoretto per mangiare anche il giorno dopo. Fa le pulizie. E anche lei, ultimamente, esagera con la bottiglia per affogare tutta la sua ansia davanti a un domani tutto da inventare.
Per le strade di Voghera s'incontrano anche giovani, come il greco trapiantato in Italia che dopo le superiori a Pavia si era iscritto alla facoltà di Medicina in università.
Per una serie di sopraggiunti problemi di salute si è trovato catapultato nel mondo dei senza dimora. «Ma tutte queste persone sono o non sono vogheresi?», il volontariato s'interroga. E lo fa con davanti una sentenza del del tribunale di Bologna che ha deliberato che l'iscrizione anagrafica, una volta inoltrata la domanda dai diretti interessati al Comune, va garantita anche ai senza fissa dimora. Significa che i poveri e coloro che non hanno una casa possono richiedere al Comune l'iscrizione anagrafica avendo cosi diritto all'assistenza, all'iscrizione nelle liste delle case popolari e al voto. Mentre il volontariato si mobilita, la politica discute e promette la coda dei poveri si allunga. Ne sanno qualcosa gli operatori del centro a bassa soglia e riduzione del danno Baraonde di strada Bobbio. Anni fa, a Voghera, l'assessore Giovanna Bertelegni aveva pensato a un modello d'accoglienza che facesse perno su un centro d'accoglienza comunale per i bisognosi. I promotori del referendum anti campo nomadi portarono anche quella proposta al vaglio degli elettori: vinsero i no. I posti letto per i bisognosi sono pochi.
Emanuele Bottiroli