Il gas non arriva, torna la voglia di nucleare
ROMA. Nel gelo dell'inverno tanto più rigido nell'Europa dell'est un tempo sottomessa all'Unione Sovietica, divampa la crisi del gas tra la Russia, erede dell'Urss, e l'Ucraina. Ma a pagare questo braccio di ferro senza fine sono anche altri Stati, ormai nella Ue o in attesa per entrarvi, ed è lo stesso processo di unificazione europea a venire ferito al cuore. Rischia infatti di saltare uno tra i maggiori successi della Ue: la chiusura delle vecchie centrali nucleari pericolose, insieme al processo democratico, pur di essere ammessi a Bruxelles. Ma dopo giorni di gas russo che non arriva la tentazione di riaprirle è sempre più forte.
Ieri alle 8 la Russia ha riaperto i rubinetti, ma Bruxelles protesta. Il n.2 di Gazprom, Alexander Medvedev incolpa l'Ucraina di aver bloccato il flusso e di prelevare metano destinato all'Europa; addirittura accusa gli Stati Uniti di orchestrare le mosse di Kiev. Intanto un portavoce della Ue comunica che il gas in arrivo dalla Russia ammonta a «solo 76 milioni di metri cubi» e che «gli osservatori non hanno accesso alla sala di controllo della distribuzione nè a Kiev nè a Mosca». L'ucraina Naftogaz ammette di aver dirottato sulla rete interna il flusso diretto all'Europa. Il presidente della Commissione Ue Barroso chiama il premier russo Putin ed esprime la «delusione» della Ue. Da Kiev il presidente Yuschenko afferma di aver steso una bozza di «accordo tecnico» da sottoporre alla Russia. E, mentre ricomincia il rimpallo di responsabilità tra Mosca e Kiev, molti paesi europei restano al freddo. Il braccio di ferro fra Russia e Ucraina sul gas ha preso in ostaggio molti degli ex satelliti di Mosca e nelle giovani democrazie dell'est prende piene l'idea di accelerare i piani nucleari come strumento per garantirsi autonomia, almeno energetica. Bulgaria e Slovacchia, fra i paesi più colpiti dalla crisi del gas, stanno considerando di rimettere in funzione reattori nucleari chiusi su richiesta della Ue. La Slovacchia lo sta facendo molto concretamente e solo ieri, dopo intense trattative con Bruxelles, il premier Robert Fico ha annunciato che farà slittare la rimessa in funzione di un reattore della centrale di fabbricazione sovietica di Jaslovske Bohunice. Reattore che era stato chiuso solo il 31 dicembre scorso.
E la conta dei morti assiderati negli ultimi giorni si associa in molti paesi ai progetti di nuove centrali nucleari: in Polonia (che pure riceve il gas russo senza problemi tramite la Bielorussia), i morti sono stati 80. In Ungheria, che dipende al 100% dal gas russo e si parla di aprire nuove centrali, è emergenza da 8 giorni e almeno 40 persone sono morte per il freddo. In Bulgaria, il premier Stanishev ha quantificato i danni economici per l'industria dal black out del gas: circa 50 milioni di euro dal 6 al 13 gennaio. Sia Fico che Stanishev andranno oggi a Mosca per discutere l'emergenza gas. In Romania, che dipende solo al 30% dal gas russo, con temperature scese a meno 20, il gelo ha fatto finora oltre 40 morti. La Repubblica ceca, presidente di turno dell'Ue, si barcamena in una difficile mediazione, mentre l'Austria, dove il gas russo copre circa il 50%, teme soprattutto la riapertura della centrale di Bohunice.