Al Fraschini la bella prova di Albertazzi nei panni di Achab, il capitano di Melville

b PAVIA./bb Dal nero velario che ricopre l'impalcatura d'assi di legno chiaro si scopre una luminosa botola d'acqua al centro e nel fondo, la cabina-biblioteca del capitano. Tra rumori cupi e canti delle balene dagli echi metafisici, la scenografia trasforma il palco del Fraschini in una nave che nel contempo è metafora di vita, mentre prende forma e sostanza la pagina di 'Moby Dick", ricondotta ad una visione intima sul senso dell'esistenza. Al centro c'è Giorgio Albertazzi, un Achab impegnato ad inseguire la balena bianca nei labirinti della vita.BR /b La barba bianca e una gamba artificiale, l'attore offre un'interpretazione asciutta che, in fondo, non è che la premessa al finale, quando, dopo aver esclamato 'Addio Achab", getta i bastoni e, seduto al proscenio, parte dalla constatazione definitiva ('Il resto è silenzio"), per tornare indietro al dubbio di sempre, al monologo di Amleto, ultima spiaggia del mattatore: conosciuta la sconfitta della parola, non gli resta che pronunciare ancora una volta le parole che forse sono le più alte mai pronunciate in teatro. Certo, il fascino del romanzo qui un po' si stempera e la letteratura - da Melville a Shakespeare, passando per Dante - che simboleggia il viaggio dell'uomo verso la conoscenza non basta a rendere coinvolgente uno spettacolo dal ritmo a tratti rapido ma spesso lento. Anche perché la rappresentazione, che parte da un'idea di morte incombente risulta talvolta ostica, per via della ridondanza di elementi, di sovra-testi, di segni introversi, dell'impasto di linguaggio biblico ed elisabettiano, dei canti marinareschi in inglese, che caricano il senso al punto di svuotarlo di un contenuto univoco, o perlomeno emotivamente definito. Nonostante il valore di Albertazzi, la bravura di Rosario Tedesco, trepidante Ismaele, e l'impegno degli altri attori. (f. cor.)BR