Il Tesoro Usa nel capitale delle banche

MILANO. Doveva essere il giorno del rimbalzo (dopo il crollo di martedi) e invece le Borse hanno chiuso un'altra seduta in rosso. Le contrattazioni erano partite con timidi acquisti, in Italia come in Europa, ma a metà pomeriggio sono arrivate come una doccia fredda le parole di Henry Paulson, segretario al Tesoro negli Usa. Ha detto che la fine della crisi è ancora lontana ma, soprattutto, ha spiegato che i 700 miliardi stanziati il mese scorso per aiutare le banche, non saranno spesi per comprare i famosi titoli 'tossici", ma per rafforzare il capitale delle banche. Ovvero, il Tesoro americano entra nel capitale dei maggiori istituti di credito. Circa la crisi dell'auto, che ha portato martedi il titolo General Motors ai minimi dal 1943, Paulson ha aggiunto che il Tesoro sta valutando come allargare gli aiuti ai gruppi non bancari. Gli operatori vi hanno letto molto pessimismo.
«Le sue frasi - dicono - mostrano chiaramente che la crisi si sta spostando dal settore finanziario agli altri comparti». Ieri il titolo GM è comunque rimbalzato dell'8% nella speranza di un possibile salvataggio pubblico. A spingere gli acquisti è stata la decisione del capogruppo democratico alla Camera, Nancy Pelosi, di convocare una sessione straordinaria del Congresso durante la quale varare un testo di legge che permetta al governo di lanciare un salvagente ai produttori di auto. A favore dell'intervento si è schierato lo stesso Barack Obama che sollecita interventi su tre fronti: intanto lo stanziamento di 25 miliardi di dollari a favore di GM, Ford e Chrysler, poi altri prestiti di emergenza da parte della Fed e la possiblità di accedere ai fondi del Tesoro.
Nel suo discorso, Paulson ha detto che «gli Stati Uniti non possono essere considerati gli unici responsabili della crisi». «Il costo del denaro - ha aggiunto - è stato molto basso, c'è stata una disposizione eccessiva al rischio e una corsa mondiale alla redditività. E tutti questi eccessi non possono essere addebitati a una sola nazione. A provocare squilibri, a parere di Paulson che parlava a nome dell'amministrazione Bush, anche la corsa ad accumulare riserve in Asia e nei Paesi esportatori di petrolio.
Nel sentire che la crisi durerà a lungo, il Dow Jones ha aperto in negativo e, a un'ora dalla chiusura, cedeva il 3,15% (-37% da inizio anno). In negativo (-3,01%) il Nasdaq che perde il 42% in questo 2008. Si tratta di percentuali di un'economia in chiara recessione e, a dimostrazione che i consumi sono stagnanti, da registrare le forti vendite sui titoli delle società che producono elettrodomestici. Non solo, ma gli occhi sono puntati su American Express che cede l'8,4% perchè, secondo indiscrezioni, il colosso delle carte di credito avrebbe chiesto aiuti pubblici per 3,5 miliardi.
In Piazza Affari l'S&P/Mib cede il 2,33%, in linea con Parigi (-3,07%), Francoforte (-2,96%) e Londra (-1,52%). Malissimo gli energetici a causa di un nuovo ribasso del prezzo del petrolio, sceso a 56,41 dollari al barile. Negli Usa sono in calo Exxon Mobil e Chevron, in Italia forti vendite su Eni (-3,24%), Enel (-2,64%) e Saipem. Ancora vendite sui bancari. IntesaSanPaolo che martedi aveva perso il 16%, ieri ha lasciato sul terreno un altro 6,86% mentre scendono Banco Popolare e Bpm. Si salva Unicredit che ha chiuso il trimestre con ricavi per 6,74 miliardi, in calo rispetto a un anno fa ma in miglioramento rispetto alle attese degli analisti. Pesante la Fiat (-3,99%) che risente della crisi del comparto (Peugeot cede l'8,45% e Renault l'8,3%).
Telecom dopo il buon andamento della mattinata ha chiuso in ribasso dello 0,83% e ieri sera, a mercati chiusi, è giunta notizia che il maggior azionista, cioè Telco, che possiede il 24,5% del colosso telefonico, ha tutte le azioni Telecom in pegno alle banche che l'hanno finanziata.
Vista la gravissima situazione, ora si guarda a un possibile drastico taglio dei tassi di interesse. Visto che l'inflazione è domata (dal calo della domanda) la Bce potrebbe portare i tassi dal 3,25% al 2% e la Fed dall'1% allo 0,25%.