di Stefano Romano brVOGHERA. Un termovalorizzatore per salvare la cartiera di Torremenapace dove 36 persone rischiano il posto, un impianto a biomasse per riconvertire lo zuccherificio dove 115 operai hanno già perso il lavoro. E in mezzo tutti i dubbi su due impianti che, comunque la si giri, bruciano residui (rifiuti di cartiera o di coltivazioni agricole) per produrre energia. E' in questo scenario che da un lato si prepara il «no» del Comune all'inceneritore di Torremenapace, e dall'altro inizia la battaglia degli ambientalisti per 'trattenere" una produzione industriale sui 500mila metri dell'ex zuccherificio che, invece, dovrebbe essere trasformato in area commerciale. Ma perchè gli ambientalisti, Legambiente in testa, sono disposti a difendere una centrale elettrica a biomasse? Essenzialmente per due motivi: perchè a Casei c'è già un'area industriale mentre a Zinasco se ne dovrebbe creare una ex novo, e poi perchè c'è la possibilità di incentivare la produzione agricola destinata ad alimentare un impianto che essenzialmente brucia legno. La battaglia, in ogni caso, sarà dura, soprattutto se si considera che si parte da un dato allarmante: in Oltrepo il tasso di insediamento di nuove imprese è inchiodato al 2 per cento di quelle già insediate. Questo significa che qualunque scelta non potrà prescindere dalla necessità di mantenere (meglio se attirare) nuove realtà in grado di produrre posti di lavoro.brLe avvisaglie della crisi. Tre anni fa il gruppo trevigiano Pro-Gest ha acquistato dal gruppo Smurfit la cartiera di Torremenapace: ha presentato un piano industriale da 16 milioni di euro e ne ha investiti circa la metà. Poi i costi energetici sono decollati sulla scia dell'aumento del petrolio, e la Pro-Gest ha iniziato a premere su Comune e Provincia per prodursi da sola l'energia necessaria. Molta di più rispetto al 50 per cento già prodotto per l'impianto esistente con una piccola centrale a turbogas. «Il responsabile dell'impianto di Voghera ha incontrato in almeno 4 occasioni l'assessore alle attività produttive Elio Rosada e il sindaco Aurelio Torriani — spiegano in Pro-Gest —. Abbiamo spiegato che sarebbe stato possibile raddoppiare l'impianto con la realizzazione di un termovalorizzatore da alimentare con i residui della cartiera e abbiamo precisato che l'alternativa era il declino della produzione. Poi abbiamo riassunto tutto in una lettera che riteniamo essere un passaggio formale». E' l'ormai famosa lettera del 2006 che nessuno ricordava di aver ricevuto. «Ho incontrato il titolare della Pro-Gest Bruno Zago solo due volte — conferma il sindaco Torriani — la prima volta quando sono stato invitato insieme all'assessore Rosada a visitare un inceneritore per rifiuti a Dalmine, la seconda quando, nell'aula del consiglio, Zago ci ha accusati di aver messo i bastoni tra le ruote di un progetto che non è mai stato formalizzato con dati e numeri».brL'inceneritore 'improponibile". Ma perchè il 'piano inceneritore" è rimasto in un cassetto? «Perchè il progetto di un inceneritore, nel 2006, non era proponibile — taglia corto l'assessore Rosada -. Non c'erano le condizioni pratiche, con l'inchiesta sull'urbanistica in svolgimento, e non c'erano le condizioni economiche». «E c'erano anche forti dubbi sulla natura dell'impianto — aggiunge il sindaco Torriani —. Quando siamo stati accompagnati a Dalmine dalla Pro-Gest credevamo di visitare una cartiera autonoma dal punto di vista energetica e invece abbiamo visto un inceneritore di rifiuti che ci ha fatto inorridire».brIl freno dell'Asm. Sta di fatto che oggi, due anni dopo la prima proposta di inceneritore, l'amministrazione deve decidere: o dare il via libera all'inceneritore che chiede la Pro-gest, oppure affrontare l'enesima crisi industriale con 36 licenziamenti ai quali vanno aggiunti i posti di lavoro (circa 50) che si perderebbero nell'indotto. Nulla, si dice, è ancora deciso. Ma Asm, che comunque la si veda gestisce la politica energetica del territorio, sembra decisa a sbarrare le porte da un inceneritore che 'saturerebbe" il territorio e quindi impedirebbe la progettazione (e realizzazione) di altri impianti gestiti o partecipati dall'ex azienda municipalizzata invece che da privati disposti ad investire capitale, ma solo per realizzare profitti.