Crisi Cartiera, i volti di chi si gioca tutto

b VOGHERA./b bDaniele, Orlando, Fabrizio, Nicola, Orazio, Silvano: sono nomi. Sono volti. Sono storie di vita quotidiana. Sono quelle dei lavoratori della Cartiera che anche, ieri mattina, sotto la pioggia battente, presidiavano la «loro» fabbrica chiusa. Qui ci lavorano in 36 o ci lavoravano. O chissà. Cancelli inesorabilmente chiusi. Tutti a casa, aspettando che il dialogo a muso (sempre) più duro tra Comune e Proprietà spieghi a questa gente cosa sarà di loro. Per lunedi 24 settembre alle 10 il prefetto di Pavia ha convocato le parti in causa di questo dramma per l'occupazione provinciale. Si preannuncia dura, astiosa, intricata la vertenza della Cartiera. La Cartiera di Voghera. Quelli che ci lavorano sono tutti nati attorno agli anni Sessanta. La generazione di mezzo che ha sudato forte per metter su casa e che vorrebbe poter sudare ancora. Di fatica, non di paura per il futuro.BR /b «Mi chiamo Orlando. Orlando Doni. Ho 49 anni. Sono sposato abito a Broni. Mia moglie non lavora. Sono capofabbrica: è da 28 anni che lavoro qui». Il «qui» è la Cartiera spenta. «Non vogliono che stiamo qui fuori - aggiunge Orlando - Ma noi dobbiamo starci per forza. Per difendere il nostro lavoro e quello dei nostri compagni di lavoro. C'è gente più sfortunata di me. Molto più sfortunata». Si snocciolano i nomi e i cognomi. C'è chi ha un solo lavoro, questo, c'è chi ha comprato casa da poco, ha due figli e un mutuo a tasso variabile e assassino da pagare. «Giriamo tutti verso i cinquanta, dove ci ricicliamo? Dove troviamo cartiere da queste parti visto che è questo che sappiamo fare?»: lui si chiama Fabrizio. «Fabrizio Martinasco, di Cervesina. Ho 48 anni. Mia moglie lavora alla Balma qui a Voghera, ma è precaria. Vivo in una casa in affitto. Da 23 anni lavoro in Cartiera. Ho fatto tutta la trafila di lavoro dal basso fino a essere capofabbrica. E adesso sono qui con tutti gli altri. Fuori dai cancelli». Piove e l'aria è quasi fredda. Non è più estate. Tempo di conti in tasca e di bollette da pagare. «Mi chiamo Nicola. Nicola Truglio. Sono di Oriolo. Ho 47 anni, sono sposato. Lavoro come conduttore di bobina. Mia moglie è semi invalida e non lavora. Mi viene male quando penso alle bollette». Il fronte del lavoro e i suoi reduci. «Mi chiamo Orazio. Orazio Galvan. Ho 59 anni. Vivo in casa d'affitto. Sono 20 anni che lavoro qui come conduttore di bobine». Ci si guarda in giro. In media, quelli del presidio sono entrati in fabbrica che non era ancora caduto il Muro di Berlino. Di crolli sociali e storici ne hanno visti molti altri. Che sia il loro turno, loro nati negli anni Sessanta, gli anni del boom (ma non per tutti)? Qui, però non sono solo sessantini. «Mi chiamo Enrico. Enrico Franguelli. Sono di Silvano. Ho 28 anni. Vivo con i miei. Lavoro qui da 9 anni».BR Lavora qui, alla Cartiera. E' qui che uno sperava di poter mettere le fondamenta di un futuro normale: una casa, una famiglia, 10 giorni al mare d'estate se si può. C'è chi ha pagato caro questo desiderio di normalità. «Mi chiamo Daniele. Daniele Albertocchi. Ho 46 anni, sono di Silvano. Lavoro qui da 24 anni. Il 27 luglio 2006 sono rimasto schiacciato sotto una bobina. Mi sono frantumato il bacino. Adesso ho 12 chiodi nell'addome e due nella schiena. Sono ancora a casa in malattia. No so come ne uscirò. Non so se rivedrò la mia fabbrica aperta». Daniele è fermo, seduto sulla sua utilitaria bianca. Sorride: è uno tosto che però negli occhi fa capire di aver sofferto come un cane dopo quel maledetto giorno di luglio. Peggio di lui Giancarlo. Giancarlo Lavezzi. Ha 44 anni. E' rimasto con il braccio sotto un macchinario che glielo ha maciullato. E' sopravvissuto, ma deve lottare duro. Ha famiglia. Lavorava solo lui. «Noi siamo qui anche per lui e per Daniele. Noi siamo qui per tutti noi - è l'appello di Orlando il sindacalista - Non volevamo tutta questa pubblicità. Siamo costretti ad alzare la voce per non farla finire cosi». Ma come finirà? Con un inceneritore? «Abbiamo visto i volantini in giro - dicono al presidio - indicano a quanti metri sarà distante l'impianto per bruciare i rifiuti dal centro e da altri posti. Per noi la distanza sarebbe zero». Come dire: c'è chi deve pagare dazio. Piove. I lavoratori della Cartiera cominciano ad avere il dubbio che tocchi sempre a loro.BR