Obama trionfa allo stadio

b DENVER./b In una giornata di portata storica per gli Stati Uniti Barack Obama ieri sera ha accettato la nomination allo stadio Mile High di Denver gremito fino all'ultimo sgabello. Il discorso del quarantasettenne senatore dell'Illinois, ufficialmente il primo candidato afro-americano alla presidenza Usa, è stato seguito da oltre settantacinquemila persone che hanno salutato la nomination del candidato democratico in un clima trionfale da rock star.BR Per la campagna elettorale di Obama c'era un rischio d'immagine nel trasferire l'evento principe del congresso democratico dall'arena del Convention Center agli spalti dello stadio dove sono di casa i Denver Broncos, la squadra locale di football americano.BR Il rischio era che la sostanza politica del discorso venisse offuscata dalla coreografia sportiva, dalla folla di parecchie migliaia di persone e dalla spettacolarità dell'evento. Ma era un rischio calcolato perché la scelta di accettare la nomination in uno stadio voleva essere un modo per evocare lo spirito di John Kennedy, l'unico presidente degli ultimi cinquant'anni che nel 1960 accettò l'incoronazione di partito in uno stadio di Los Angeles.BR «Domani ci spostiamo allo stadio Mile High», ha detto Obama mercoledi sera quando è apparso a sorpresa sul palco del Pepsi Center. «Vogliamo aprire la Convention a chiunque desideri partecipare a questo momento di festa e contribuire a uno sforzo collettivo con cui riprenderci la nostra America», ha annunciato il candidato democratico.BR Per massimizzare l'effetto mediatico il palcoscenico era stato costruito in modo tale da rimpicciolire la scenografia cavernosa proiettando su enormi schermi immagini dal palco rese più ‘intime' grazie all'angolo delle telecamere. Dietro a questi particolari tecnici c'era una precisa strategia della campagna elettorale di Obama, di presentare il candidato come un populista al contatto con le masse, in contrapposizione col suo avversario repubblicano McCain.BR Il discorso di Obama ha coinciso con l'anniversario di un altro grande intervento politico che quaranticinque anni fa cambiò il corso della storia americana. Era il 28 agosto del 1963 quando Martin Luther King fece a Washington il famoso discorso ‘I have a dream' col quale sfidò l'America ad abbattere le barriere razziali. Quasi mezzo secolo dopo la nomination di Barack Obama - figlio di un africano e di una bianca del Kansas - è la prova che le barriere di allora in parte non esistono più. L'incoronazione di Obama è stato il gran finale dei quattro giorni di Convention che per molti versi è stata una dimostrazione della forza che Hillary e Bill Clinton ancora detengono all'interno del partito democratico. Quando l'ex-presidente è arrivato sul palco del Pepsi Center mercoledi sera fra la folla è esploso un prolungato e assordante boato.BR E quando Bill Clinton ha inequivocabilmente appoggiato la candidatura del senatore nero i presenti sono andati in visibilio. «Il compito del prossimo presidente sarà quello di ricostruire il Sogno Americano e ripristinare la reputazione dell'America nel mondo», ha detto Clinton prima di cedere la parola a Joe Biden, il senatore democratico scelto da Obama come suo vice. Anche Biden ha entusiasmato la folla con un appassionato discorso incentrato sulla sicurezza nazionale e la politica estera, due punti di forza della sua lunga esperienza in Senato.BR bAndrea Visconti /b