di Claudio Malvicini VOGHERA. Mauro Nespoli non aveva nemmeno un anno quando Giovanni Parisi vinceva l'oro alle Olimpiadi. A distanza di vent'anni l'arciere ha raccolto il testimone del pugile. Nel 1988 a Seul Parisi vinceva il torneo dei pesi piuma, l'altro ieri a Pechino Nespoli ha ottenuto l'argento nel tiro con l'arco a squadra, entrambi sono saliti sul podio olimpico a 21 anni. Parisi ora non combatte più, ma ricorda bene quei Giochi, «vinti contro tutti — dice — cioè osservatori, dirigenti e avversari». Oggi alle 10 (le 4 di notte in Italia) Nespoli comincia il torneo individuale a eliminazione diretta, con 12 frecce per turno. Gli abbinamenti nascono dai risultati delle qualificazioni. Sulla sua strada c'è subito un inglese, poi il compagno di squadra e olimpionico Galiazzo. «Faccio i complimenti a Mauro», esordisce Parisi, in Brasile per cercare talenti da portare nel college pugilistico che vuole realizzare vicino a casa, cioè tra Voghera e Milano, con la sua società, la Boxing progress. «La gara di Nespoli non l'ho vista perché qui trasmettono solo le partite della seleçao, ma so che quell'argento se le ricorderà sempre, anche il mio oro di Seul è un ricordo lontano, ma vicino. Un po' come canta la Nannini: "sei nell'anima e li ti lascio per sempre". Dell'Olimpiade si ricorda tutto: la cerimonia d'apertura, il villaggio, l'atmosfera». Parisi però non è mai stato un atleta diplomatico e nemmeno questa volta rinuncia a dire quel che pensa. «In questi Giochi dello spirito olimpico è rimasto poco, soffocato dalle leggi del business — spiega l'ex pugile — . Spiegatemi che senso ha avere in campo tennisti e calciatori professionisti, per tanto cosi anni fa potevano far combattere Tyson. Se vuoi fare il torneo di calcio devi portare i dilettanti, non Ronaldinho. E poi sono arrivati troppi sport che nulla hanno a che fare con lo spirito originario dei Giochi. Non faccio nomi, ma basta pensare a quali discipline c'erano cent'anni fa e a quante ne sono state aggiunte». Dopo l'oro di Seul Parisi ha vinto le cinture mondiali dei pesi leggeri e dei superleggeri, ma quel torneo olimpico gli è rimasto nel cuore. «Ricordo il momento in cui mi hanno messo la medaglia al collo, - dice l'ex pugile — ricordo l'inno di Mameli sul podio e il sogno di vincere qualcosa di grande da dedicare a mia madre. E' stata quella determinazione che mi ha accompagnato». Anche allora però non erano mancate le polemiche. «Prima ancora di combattere c'era chi diceva che in fondo ero li solo perché si era infortunato Caldarella, ma ai giornalisti che mi chiedevano se avrei firmato per il bronzo io rispondevo di no perché ero andato in Corea per vincere l'oro — ricorda Parisi — . Sono anche riuscito a mettermi contro i vertici del Coni e della federazione quando ho detto che pur essendo 12 le specialità olimpiche del pugilato noi avevamo solo sette atleti ammessi perché la Federpugilato non aveva soldi, mentre la Federvolley si era permessa di portare anche un atleta con l'ingessatura per premiarlo del lavoro svolto. Dopo quella dichiarazione qualcuno voleva anche rimandarmi in Italia». In questo lui e Nespoli non si assomigliano. Mauro è riuscito a scherzare sui due errori nella finale che probabilmente sono costati l'oro all'Italia, Giovanni invece sul risultato non ha mai scherzato: «Non è vero che l'importante è partecipare - dice - conta solo vincere». Sceso dal ring, Parisi è rimasto nel mondo della boxe e ora è uno degli organizzatori del mondiale dilettanti che si svolgerà a Milano nell'agosto del 2009. «La passione per il pugilato continua a essere il mio lavoro, anche se non combatto più - dice Parisi - . E comunque ho mai smesso di essere un incassatore. Un esempio? E' passata in provincia di Pavia la fioccola dei Giochi invernali, ma nessuno mi ha chiamato per portarla».