Si sposa la figlia minore del boss Riina
bPALERMO./bb E' entrata in chiesa, sulle note della marcia nuziale, al braccio del fratello: unica eccezione alla tradizione di un matrimonio, per il resto, rigorosamente classico. Gli auguri suo padre glieli ha fatti un mese fa. Dietro al vetro divisorio della saletta colloqui del carcere di Opera. Alle nozze della figlia Lucia, celebrate ieri a Corleone, Totò Riina, padrino di Cosa nostra detenuto da 15 anni, non c'era. Ad accompagnare all'altare la sposa è stato il terzogenito.BR /b Giuseppe Salvatore è stato scarcerato pochi mesi fa dopo una condanna per mafia, unico maschio della famiglia in libertà. Tra i banchi della chiesa dell'Immacolata mancava, infatti, anche Giovanni, il maggiore dei Riina: 34 anni e due ergastoli definitivi per omicidio. Pochi invitati, la sposa con un abito bianco col velo e un filo di perle, addobbi sobri - bouquet di rose e gigli - qualche turista curioso. Nessuna tensione, nessuna polemica con i giornalisti. Solo il religioso che ha officiato la cerimonia, frate Giuseppe Gentile, riottoso finanche nel dire il suo nome, ha più volte invitato i cronisti ad andarsene: «Lasciate stare questa ragazza, non ha nulla di cui riscattarsi. Vi siete mai chiesti se sta soffrendo? Io vi dico che porta un segno e la vostra presenza non fa che ricordarglielo».BR Parenti e invitati hanno scelto, invece, di far finta di nulla. Dopo una rapida occhiata agli «intrusi» lo sposo Vincenzo Bellomo, 32 anni, gessato grigio scuro, rappresentante di generi alimentari, ha fatto cenno agli amici, che avevano improvvisato una sorta di servizio d'ordine, di lasciar stare. E tutto si è svolto secondo il più classico dei copioni nuziali. Un brano tratto dal Cantico dei Cantici, lettura dal vangelo di Matteo, una omelia brevissima con l'invito agli sposi a dar spazio all'amore che vince la morte. Il novello sposo, emozionatissimo, ha preso la parola solo al termine della messa. Per leggere un bigliettino spiegazzato e ricordare tutti i familiari assenti, come il suocero Totò Riina, citato durante la messa per la prima e unica volta. Per ironia della sorte il padrino di Corleone, durante gli ultimi tempi di una latitanza durata più di 30 anni, diceva di chiamarsi proprio «Vincenzo Bellomo». Quando, il 15 gennaio del '93, ai carabinieri che gli mettevano le manette, mostrò una finta carta di identita' intestata al ragioniere Bellomo, residente a Mazara del Vallo, non poteva sapere che sarebbe stato lo stesso nome del futuro marito della figlia. Petali di rosa e il classico riso hanno accolto i due ragazzi all'uscita della chiesa. A far strada Giuseppe Salvatore, in gessato lucido di seta. «Sorridi ai giornalisti - ha detto alla sorella - Poi dovranno pagarci i diritti».BR Per ultima ha lasciato l'Immacolata Ninetta Bagarella, moglie del padrino di Corleone, sorella di un altro capomafia, Leoluca Bagarella anche lui in carcere con decine di ergastoli. Rompendo un silenzio durato più di 30 anni, si è lasciata avvicinare dai giornalisti: «Potevate evitare di venire - ha detto - oggi per noi è un giorno di festa. Non capiamo il perché della vostra presenza». Ma davanti agli auguri ha anche accennato un sorriso: «Grazie, - ha aggiunto - comunque, la vostra e' stata una presenza discreta».BR