Fini bacchetta Bossi: più rispetto per l'Italia

BR bROMA./bb Quel dito medio che Umberto Bossi ha alzato contro l'inno di Mameli è davvero troppo. Non solo per l'opposizione, che con Veltroni chiede a Berlusconi di riferire in Parlamento e insieme all'Idv pensa ad una mozione di sfiducia per il ministro leghista, ma anche per Gianfranco Fini e Renato Schifani. Seppure con toni diversi, i presidenti di Camere e Senato intervengono per censurare il gestaccio del loro scomodo alleato e per mettere in chiaro quali sono gli obblighi istituzionali di un ministro.BR /b Un doppio richiamo che i collaboratori del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, definiscono «in piena sintonia» con il pensiero del Quirinale.BR L'uscita di Bossi mette a rischio la tenuta del governo? Berlusconi, che in serata telefona al leader leghista, conferma la «solidità di rapporti» con il Carroccio mentre Bossi, che dell'inno di Mameli dice di non sopportare la frase «schiava di Roma», fa sapere di non essere minimamente intenzionato a dare le dimissioni, come gli chiede Furio Colombo: «Potrei andare al mare ma il federalismo lo chiedono 10 milioni di persone e io non sono certo qui per mollare...».BR Resta il fatto che Gianfranco Fini non fa sconti e scatena l'ira del senatùr. «Nessuno, men che meno un ministro della Repubblica, deve pronunciare parole che offendono un sentimento nazionale che sta nell'inno di Mameli ed in quello che significa, al di là delle parole che lo compongono. L'inno è elemento distintivo dello Stato al pari della bandiera. E' un elemento simbolico e come tale va rispettato» dice il presidente della Camera, augurandosi che Bossi colga le prossime occasioni per «precisare il suo pensiero». Parole dure, accompagnate dalla constatazione che il rispetto dell'unità nazionale è una «condizione imprescindibile» per qualsiasi riforma, anche quella del federalismo fiscale che dovrà essere «garanzia per tutta l'Italia». Gelido il commento di Bossi che bolla come «strumentalizzazioni» le polemiche a seguito del suo gesto e poi attacca Fini: «Poteva anche non intervenire che era meglio».BR Poco dopo interviene anche Renato Schifani, che chiede a tutti di «abbassare i toni» per lavorare al bene del paese: «I simboli dell'unità e della patria sono sacri, riassumono la nostra storia e sono parte costitutiva della nostra identità nazionale». A differenza di Fini, però, il presidente del Senato si mostra più indulgente con Bossi e spezza una lancia a suo favore: «Al convegno della Liga Veneta sono state manifestate espressioni non condivisibili. Ma questo» precisa la seconda carica dello Stato «fa parte di una forza politica che contemporaneamente lanciava un messaggio di confronto con l'opposizione...». La maggioranza, insomma, si divide nella condanna di Bossi. Ad accendere il dibattito a Montecitorio è l'intervento di Italo Bocchino (An-Pdl) che non nega la patente di democraticità alla Lega ma ricorda a Bossi che ci sono alcuni confini invalicabili: «Tra questi il rispetto dell'unità nazionale che è inviolabile». A confermare il rapporto con il Carroccio ci pensa Fabrizio Cicchitto che, con involontario umorismo, assicura che il Pdl non si farà prendere da una «strumentalizzazione di bassa Lega».BR Dall'opposizione, invece, si levano le voci di Walter Veltroni e Antonio Di Pietro. Il leader del Pd riconosce a Fini il merito di aver usato «parole chiare» ma poi ricorda che i parlamentari della Lega hanno fatto quadrato intorno a Bossi e chiede al premier di censurare il suo alleato: «Mi aspetto che Berlusconi non tenti di rubricare le parole di Bossi come intemperanze di un ragazzotto e prenda una chiarissima, non scherzosa, netta distanza». L'Italia dei Valori pensa invece di discutere con il Pd la possibilità di presentare una mozione di sfiducia.BR

Gabriele Rizzardi