La fusione di due miti è un tradimento
BR BR BR Avevo solo otto anni nel 1969: ma quel film non me lo posso dimenticare ed è rimasto li, impresso indelebilmente nella memoria, come le più o meno contemporanee immagini dello sbarco dell'uomo sulla luna e quelle, di poco successive, della semifinale dei mondiali messicani di calcio tra Italia e Germania. Si dirà che quelli erano i tempi in cui nel mondo fiorivano i miti: proprio i miti che, nei decenni successivi, ci saremmo impegnati a revisionare e decostruire con zelo. Non c'è dubbio, allora, che, tra quei miti, sfrecciava con baldanza, con irripetibile eleganza giovanile, l'Harley Davidson del Peter Fonda di Easy rider, uno dei due motociclisti che nel film firmato da Dennis Hopper - in cui appare anche un giovanissimo Jack Nicholson - percorrono in lungo e in largo, e in assoluta libertà, l'America. Ecco: i campus americani e il maggio parigino, la contestazione e la rivoluzione sessuale, i figli dei fiori e la morte di Dio, Bob Dylan e Ultimo tango a Parigi: tutto sarebbe stato ridiscusso e ridimensionato - persino l'emancipazione femminile - accanitamente combattuto, quando non completamente sovvertito. Ma la Harley Davidson sarebbe restata ancora li, integra e intoccata, e come dentro un continuo, stupefacente, paradosso: l'essere, lei stessa, un'immota icona splendente, uno straordinario e immobile emblema, eppure miracolosamente riassuntivo d'ogni sorta di libertà di movimento, fino a rappresentare il correlato oggettivo del movimento stesso. L'Harley Davidson, diciamolo chiaro perché lo sanno tutti, non è una moto: è soltanto e semplicemente un'Harley DaviDson. E non può essere surrogata da altro. Quando chi la guida incontra qualcun altro della sua stesa razza, fa quello che di solito fanno i nevrotici tra loro: non riesce a parlare d'altro. E se viene a sapere che in qualche parte del mondo c'è un raduno ha un solo imperativo, che è quello di un vecchio reduce: non mancare mai. Sembrava eterna l'Harley Davidson: e eternamente uguale a se stessa. Sembrava non potesse mai accadere: e invece è accaduto. Ecco: l'Harley Davidson ha acquistato l'Augusta, ha deciso di cambiare. Che è come dire a un antico e nobile fumatore di toscano che il suo amatissimo e inconfondibile sigaro sarà prodotto, d'ora in poi, nelle periferie cubane dell'Avana. Ma c'è di più: e s'impone come una riflessione sui nostri anni e sui loro drastici cambiamenti. L'acquisizione dell'Augusta da parte dell'Harley Davidson altro non è che un tradimento all'altezza dei nostri tempi: il soccombere della libertà - e degli ozi, della gratuità, della dolce insignificanza di cui può anche riempirsi la vita - di fronte al valore della velocità, dell'efficienza, della competitività, della fiammante determinazione meccanica, alle sue lusinghe. Libertà contro velocità. La velocità che seduce e soggioga la libertà. A ben guardare, sono due idee di giovinezza a confrontarsi e scontrarsi: e due opposte concezioni del mondo. Ma è solo una delle due a perire per sempre.BR
Massimo Onofri