Una famiglia di maestri

VIGEVANO.Chi si avvicina ai libri di Lucio Mastronardi può forse avere la tentazione di leggere in quelle pagine la storia di Vigevano, di circoscrivere alla città e al momento (gli anni Sessanta del Novecento) la vicenda e la voce di denuncia di uno scrittore. Solo osservando con attenzione ciò che sta intorno alla figura di Lucio - la città, la scuola, la famiglia - potrà scoprire che la sua voce nasce da un coro, che non è solo quella generazione a parlare attraverso la sua bocca.
A suggerirlo al pubblico pavese e nazionale è stato il bellissimo volume Scuola e società nella Vigevano dei Mastronardi, a cura di Angelo Stella, Maria Antonietta Arrigoni, Marco Savini, con presentazione di Egle Becchi e Dario Velo, edito da Giuffrè nel 1998 e inserito nella Collana di Diritto ed Economia.
Il volume offre una ricostruzione del contesto politico e culturale della Vigevano della prima metà del Novecento, città sempre più orientata a diventare polo industriale specializzato nella produzione calzaturiera. La storia vigevanese è qui per la prima volta esplorata attraverso la vicenda biografia di Luciano Mastronardi, padre di Lucio, e di sua moglie Maria Pistoja, entrambi legati al mondo della scuola (come ispettore Luciano, come maestra Maria).
Il saggio La scuola delle 'segrete virtù" di Maria Antonietta Arrigoni segue le vicende di Luciano, originario di Cupello (Chieti) e ben presto impegnato a Vigevano in un'attività di opposizione al regime fascista, che lo segnalerà ben presto come elemento sovversivo e provocherà la sospensione dall'incarico di ispettore scolastico.
Il volume riporta poi l'attenzione su Maria, che vive la sua esperienza di insegnamento negli anni di affermazione del fascismo. Di lei si conserva un diario scolastico, che per la prima volta viene integralmente pubblicato dai curatori del volume. In quel registro, imposto ai maestri italiani dalla normativa della scuola fascista, la maestra è chiamata ad annotare i fatti di tutti i giorni, a ricavare riflessioni quotidiane sulla vita della classe e dell'istituto. Il registro racconta episodi che vanno dal 1928 al 1953, ben oltre il ventennio fascista, a dimostrare che la scrittura diventa per Maria Pistoja un appuntamento fondamentale della sua didattica quotidiana e della sua riflessione sugli avvenimenti del presente.
Il diario si apre con una pagina bellissima in cui la maestra dà voce alla necessità dell'insegnante, che all'inizio dell'anno incontra i suoi alunni: «la scuola, i bambini, il lavoro complesso e multiforme, nella comunione del nostro spirito con l'animo dei fanciulli, sono ormai necessità per noi» (p. 56).
Scorrono cosi le date, le feste comandate e gli appuntamenti fissati dal regime. La penna di Maria non manca di lasciar intravedere un'ombra di dubbio circa i metodi e le imposizioni, sempre ricordando che tutto ciò che si scrive su quel registro scolastico, anche le annotazioni più intime e personali, verrà letto da un occhio indagatore: «Se la Cronaca deve rispecchiare i nostri intimi sentimenti, e qualche volta si sarebbe gelosi della nostra confidenza, si desidera di non essere letti da indiscreti a cui non vogliamo arrivi la nostra sincerità, per quel senso di dignitoso ritegno naturale» (p. 59).
Poi, a tratti, emerge in una nota, magari nell'apprezzamento per un personaggio di fama nazionale, il pensiero della maestra sulla situazione presente. Cosi ad esempio commenta la scomparsa del Maresciallo Cadorna: «quel che fu lo sappiamo: offerse tutta la sua eroica forza d'intelligenza e di tenacia per vincere la guerra; quel che sofferse lo possiamo immaginare affisando il suo sguardo pensoso e triste; quel che gli acquistò certamente rispettosa venerazione fu il suo eroico silenzio» (pp. 66-67).
Accanto a pagine in cui affiora il suo dignitoso silenzio sul momento storico, si scoprono pagine che anche oggi le maestre potranno condividere: «Oggi ho fatto scuola: la giornata è passata in un volo. Quarta, settima, alunne, lezione: dare uno scopo alle belle ore di scuola, popolare queste fantasie aspettanti, queste piccole menti avide... Dicono che col tempo noi si diventa mestieranti; non è vero. la maestra nella scuola ritrova sempre sé stessa e scopre per sé e per le alunne veri godimenti spirituali, in quel bisogno prepotente di attingere alla luce del vero e alla profonda poesia del bello» (p. 76).
È proprio in questo rapporto con i bambini che si esprime con sincerità l'animo di Maria, che, annotando le sensazioni dell'ultimo giorno di scuola e rivolgendosi aalle alunne, scrive: «Vi ho insegnato volentieri, ho sentito il vostro fascino inconscio di chiara attesa, il vostro invito di fiducia ed ho risposto all'aspettazione con scrupolosa coscienza. Ogni giorno ho aggiunto qualche cosa alle vostre piccole menti, nei cuoricini ignari e limpidi; con che piacere mi piaceva guardarvi e penetrarvi e sentirvi chiare e pure, volte alla mia parola, alla mia raccomandazione, al mio ammonimento!» (pp. 165-166).
Cosi chi avvicina le pagine di Lucio potrà trovare nel diario scolastico di Maria un percorso che era iniziato con le note della maestra e che nelle generazioni, di madre in figlio, prendeva forma e forza nell'adesione allo spitrito più sincero del mestiere dell'insegnante.