I guai di una coppia di successo, Varzi scossa

VOGHERA. «Villa Raimondi» è nuova di zecca: in fondo a via IV Novembre, lungo la strada che porta a Zavattarello, domina tutto il paese. E' qui che, all'alba di mercoledi, la Forestale ha arrestato Mauro Raimondi e la moglie Mirella Bravi, accusati di traffico illecito di rifiuti e bancarotta fraudolenta. Nessun clamore, un'operazione sobria. L'unica vicina in un gruppetto di villette ancora in costruzione, non si è accorta di nulla. A Varzi, del resto, nessuno sospettava di nulla: «La notizia è stata una doccia gelata - allarga le braccia il sindaco Ernesto Querciolli -. Mauro e Mirella sono due di noi».
«Due di noi»: la frase che usa il sindaco rende bene l'idea. Mauro Raimondi e Mirella Bravi sono nati a Varzi, si sono spostati a Varzi, hanno costruito la loro casa a Varzi. Lavoravano a Rivanazzano, viaggiavano, frequentavano Milano come chiunque viva o lavori in Oltrepo o in valle Staffora. Il loro tenore di vita, però, non era propriamente quello della media dei varzesi, a partire dall'uso di auto vistose come Ferrari e Porsche. «Il tenore di vita di imprenditori di successo - taglia corto Querciolli -. Non stiamo parlando di feste sfrenate o esibizionismi: un tenore di vita che ha sempre fatto pensare alla gente al risultato di una attività imprenditoriale molto ben avviata». Poi la doccia gelata. «Appunto - conferma il sindaco -. Se dovessi riassumere lo stato d'animo del paese parlerei di sconcerto. Dispiacere e sconcerto. Ora tutti noi aspettiamo che la magistratura faccia chiarezza». Nel mirino è finita l'attività di una grande azienda per il recupero e riciclaggio di materiali ferrosi: attività che, a livello poco più che artigianale, aveva avviato molti anni fa il padre di Raimondi storico gestore di una tabaccheria. La svolta, il il figlio Mauro, negli anni Ottanta con la nascita della prima piccola società per il recupero di rottami ferrosi a livello industriale a Rivanazzano. L'attività è cresciuta, sono nate le altre società e il gruppo Raimondi è arrivato ad avere 80 dipendenti. Fino alla svolta dell'anno scorso: il fallimeno di una prima società, poi a cascata delle altre. Ed è proprio sui passaggi di questo periodo che si sta incentrando l'attenzione dei magistrati della procura di Voghera che ipotizzano il reato di bancarotta fraudolenta. Passaggi in qualche modo improvvisi: lo scorso agosto nelle società del gruppo Raimondi lavoravano 80 persone, sei mesi dopo gran parte dei dipendenti si sono trovati a spasso. «E per giunta senza l'apertura di una procedura di mobilità che cio avrebbe dato più garanzie per trovare un nuovo lavoro - racconta uno degli ex dipendenti -. Sono rimaste in ballo mensilità arretrate, le liquidazioni, gli stipendi in scadenza. E mentre i dipendenti vivevano una situazione di questo tipo, gli amministratori acqustavano nuove auto, normalmente di lusso». Mauro Raimondi, ai tempi, incolpava del crack il mercato: «I costi aziendali sono in ascesa verticale - spiegava a gennaio -. Il prezzo del gasolio è alle stelle e la competizione internazionale è spietata». L'unica parola di speranza per gli ex dipendenti: «Saranno tutti pagati», prometteva Raimondi. Dopo sei mesi, la svolta con l'arresto.