LA CACCIA ALL'ALIBI
Èun po' come essere aggrappati a una zattera nel mare in burrasca: non siamo ancora affogati ma inzuppati fino al midollo si. Per salvarci manca un colpo di reni poderoso, di quelli che in due partite ancora non siamo stati capaci di dare. E non è incoraggiante il piagnisteo messo in piedi nel postpartita con moviole e contromoviole per dimostrare che il gol del vantaggio di Toni era regolare, che il rigore su Niculae forse non c'era, che probabilmente ce n'era uno su Toni.
L'impressione è che sia già cominciata la tradizionale italica caccia all'alibi, in attesa di tentare quel guizzo che comunque potrebbe essere tardivo. Martedi, a meno di clamorosi intrecci, con la Francia bisognerà fare quel che finora ci è stato impossibile: vincere. E sperare che da Olanda-Romania non arrivi il colpo che ci spedirebbe a fondo.
E allora si che potranno partire quei processi che in realtà sono partiti già dopo la batosta contro l'Olanda. I titoli e i paroloni di giubilo che si potevano leggere sui giornali di mezza Europa già dopo lo 0-3 di lunedi devono inoltre far riflettere sul livello di simpatia del nostro calcio all'estero. Siamo (verrebbe da dire, eravamo) campioni del mondo e molti in Europa ci considerano usurpatori. Dopo la partita d'esordio c'era ben poco da dire: avevano ragione loro. Da ieri il giudizio è solo un po' migliorato ma le notti di Berlino sono purtroppo lontane. Per il futuro, nessuno può avere certezze, visto che agli Azzurri i mezzi miracoli non sono del tutto sconosciuti. Stavolta però serve qualcosa in più: peccato che Donadoni sia nato a Cisano Bergamasco, mica a Betlemme.