Luigi, prigioniero mai risarcito «Schiavo nelle miniere di Hitler»

bGROPELLO. /bbPotevano entrare a far parte della Repubblica Sociale, ma si sono rifiutati. Per loro la ricompensa è stata due anni di lavoro nei campi nazisti. Sono tanti gli italiani che dopo l'8 settembre finirono prigionieri in Germania. A loro, oltre alla normale pensione di guerra, qualcosa come 15 mila vecchie lire da assommarsi alla pensione, non è mai stato corrisposto niente. Mai una retribuzione per quel lavoro svolto, mai una medaglia o un diploma. Hanno accumulato carte bollate, lettere e richieste, senza mai aver nessuna risposta. Luigi Gatti, ex agricoltore gropellese, classe 1921, è uno di loro. Da anni ha riposto nel cassetto tutte quelle pratiche che finora non sono servite a nulla. Anche se una legge del 2007 potrebbe dargli finalmente il giusto riconoscimento. Il Comune di Gropello si farà carico della situazione di questi soldati dimenticati dallo stato italiano. Il sindaco Giuseppe Chiari, il cui padre è uno di loro ne parlerà nel discorso ufficiale del 2 giugno.BR /b «Ero al fronte in Montenegro da due anni - ricorda Luigi Gatti - Dopo l'otto settembre siamo rimasti soli. Io ero nel battaglione 47 della divisione Ferrara. Dovevamo rimpatriare e avevamo l'ordine di non lasciarci disarmare. Venimmo catturati dai tedeschi. Alcuni miei commilitoni decisero di aderire alla Repubblica Sociale. Io rifiutai: non volevo tornare in guerra». In quel momento inizia l'odissea di quel gruppo di militari di cui Luigi Gatti faceva parte. «Fui pressato - racconta il pensionato - con altri italiani su di un carro bestiame e arrivai dopo ventidue giorni in Germania a Trier, il primo campo in cui sarei stato. Il trattamento che ci riservavano era disumano sia per il vitto, quasi nulla, che per il sonno, non avevo spazio per stendermi a terra». Gatti viene poi portato al campo di Meppen, dove è sottoposto a qualcosa di simile a una visita medica, dalla quale risulta che è in grado di lavorare in miniera. «Fui portato - ricorda - in una miniera di carbone nella quale rimasi circa un anno. Lavoravo in modo massacrante sotto la minaccia delle armi e subivo continue perquisizioni anche nelle ore cosiddette di riposo. Ho visto molte persone morire di stenti». Il dipanarsi della giornata è quanto di più duro si possa immaginare. «Completamente nudo - continua a raccontare - venivo calato in miniera alle 11 del mattino e risalivo all'una di notte. Solo alla fine della giornata ci davano da bere una brodaglia. Un giorno al mese era dedicato alla doccia e alla disinfestazione e avrebbe dovuto essere di riposo. Solo che venivo prelevato e utilizzato per altri lavori, come scaricare sacchi di patate per un ospedale di Dortmund». Dopo un anno un'infezione alla gamba toglie Gatti dalla miniera e dopo aver ricevuto sommarie cure, comincia a lavorare in fonderia. Anche questo lavoro dura poco: la fabbrica viene bombardata e Gatti viene designato allo sgombero delle macerie. Solo l'arrivo degli americani lo ha liberato. «Ridotto a una larva - ricorda - sono riuscito a raggiungere l'Italia, dove mi sono sposato e ho avuto una famiglia, ma nessuno mi ha mai dato alcun riconoscimento per gli anni di prigionia».BR bAndrea Ballone /b