L'accusa più infamante aver tradito l'istituzione

BR Non c'è reato piu umiliante per il supremo capo di una Banca centrale, custode e nume tutelare del sistema bancario, che quello di essere accusato di aggiotaggio e complicità con chi «delinque». Al di là dell'accusa in sé, è un atto grave, perché mina uno degli asset di un sistema che è l'autorevolezza e l'assoluta integrità che si richiede a chi deve vigilare sul sistema bancario, un sistema che su questi principi si basa oltre che sulla fiducia. Non sappiamo se le accuse ad Antonio Fazio e agli uomini della Vigilanza che obbedivano ai suoi ordini verranno provate, o se, come dice il suo avvocato, il processo ne dimostrerà l'inconsistenza. Certo è che bastano quell'accusa, lo stesso processo, e la «compagnia» di finanzieri e di personaggi che ha coinvolto, gran parte dei quali usciti con un patteggiamento che ha fatto incassare allo Stato 240 milioni di euro, a ricordare le ferite che sono state inferte al sistema dalla vicenda della scalata di Gianpiero Fiorani all'Antonveneta con l'assenso e la spinta del Governatore della Banca d'Italia. Oggi quelle ferite sono solo cicatrici data l'autorevolezza recuperata sotto la gestione di Mario Draghi e lo scatto che il sistema bancario ha fatto in questi anni in termini di crescita e di aggregazioni. Ma c'è da farsi venire i sudori freddi a pensare che cosa sarebbe oggi se la tenacia e la serietà di lavoro di alcuni magistrati (di cui, non a caso, moltissimi non conoscono neanche il nome), le mosse della Consob in termini di rispetto delle regole del mercato, e anche, a dire la verità in questo caso, il lavoro di inchiesta di molti giornali, non avessero fatto fallire quel disegno. Il nome degli uomini che si sarebbero affermati come protagonisti del sistema e che oggi sono stati invece costretti al patteggiamento, da Fiorani stesso a Emilio Gnutti, da Stefano Ricucci a Danilo Coppola, basta da solo a testimoniarlo. E' vero che gli stranieri non hanno dato prova di essere buoni gestori di banche solo per il fatto di essere tali e che l'l'Antonveneta, sottratta dalla Abn Ambro alla Popolare di Lodi forse avrà un destino economico migliore nelle mani italiane del Monte dei Paschi. Ma questo non basta a sostenere la tesi che alla fine il disegno di Fazio aveva una qualche ragione di essere. Perché l'inquinamento del sistema finanziario che ha provocato con i suoi metodi e la ferita inferta alla Banca centrale, basta di per sé a bocciare quel disegno. Il sistema del credito è troppo delicato per rispondere alla logica politica del fine che giustifica i mezzi. I due aspetti, qui, sono strettamente legati e un fine raggiunto con mezzi che violano le regole del mercato e, peggio ancora quelle della legge, rischiano di far saltare, prima o poi, tutto il sistema.BR

Alessandra Carini