Beirut, un piano per evacuare 600 italiani

bBEIRUT. /bbGià nel pomeriggio di ieri il nuovo ministro degli esteri Franco Frattini, che la crisi libanese ha messo subito in attività e che ha fatto una rapido giro di consultazioni telefoniche con diversi leader arabi, ha annunciato che l'Italia è pronta a trasportare fuori dal Libano i civili stranieri che ne facciano richiesta. Il ponte aereo e navale, è già pronto. Gli italiani sono circa 600. Arabia Saudita, Egitto e Kuwait si stanno muovendo per i loro cittadini. I libanesi si arrangiano come possono. Alcune centinaia di auto sono state segnalate sull'autostrada tra Beirut e Damasco, pronte a varcare la frontiera se gli scontri ricominceranno. Tra giovedi notte e venerdi, con una serie di azioni ben coordinate e ben eseguite, le milizie dei due partiti sciiti, Hezbollah e Amal, hanno preso il controllo di Beirut ovest, abitata soprattutto da musulmani. Le zone cristiane, a est e nord, sono rimaste tranquille.BR /b Tuttavia, il cambiamento dell'equilibrio politico conquistato a colpi di kalashnikov non può lasciare indifferenti gli abitanti di Achrafiye e degli altri quartieri cristiani. Il bilancio di una notte e un giorno di sparatorie è di almeno undici morti e una trentina di feriti. Relativamente basso. Un segnale della capacità militare di Hezbollah e Amal, affinata nella guerra dell'estate del 2006 contro l'esercito israeliano. Per ora è uno scontro tra sciiti e sunniti. Da un lato la coalizione di governo «filo-occidentale», guidata dal premier Fuad Siniora e dal leader del partito Mustaqbal, Saad Hariri, figlio dell'ex primo ministro Rafiq ucciso in un attentato nel 2005. Dall'altro, gli sciiti di Hezbollah e Amal, il cui leader, Nabih Berri, è presidente del parlamento. A fianco dei primi ci sono i drusi di Walid Jumblatt, i maroniti di Amine Gemayel (nipote del presidente dei tempi della guerra civile) e le Forze libanesi di Samir Geagea.BR Accanto agli sciiti, invece, i cristiani del laico generale Michel Aoun e le forze di sinistra, come i comunisti. I due blocchi, quindi, sono trasversali alle linee religiose che frammentano il Libano in diciotto confessioni diverse. A complicare il quadro, gli appoggi internazionali: i sauditi e gli Usa - «in questa crisi», ha puntualizzato Condoleeza Rice, «forniremo al governo libanese tutto l'appoggio di cui necessitano» - che ieri hanno ribadito il loro appoggio a Siniora - col governo; Iran e Siria con Hezbollah. Miscela in grado di far scoppiare tutto il Medio Oriente. Per questo, dall'Onu all'Ue, passando per la Lega araba sono arrivati inviti alla calma. Anche l'Associazione delle Ong italiane, che in Libano ha più di 40 progetti di cooperazione, ha fatto appello alla società civile e alle istituzioni politiche perché «cessino immediatamente le ostilità».BR Per ora, mentre la notte scende sui check-point improvvisati per le strade della città, gli sciiti sembrano aver vibrato un colpo mortale: la televisione di Hariri, Future, è spenta; il giornale Mustaqbal, chiuso; perfino la residenza di Hariri è circondata dai miliziani sciiti, che controllano tutta Beirut ovest, compresi porto e aeroporto, chiusi entrambi. Le milizie filogovernative non hanno potuto far altro che piazzare qualche cecchino sui tetti. Quelle cristiane si sono tenute in disparte. Altrettanto ha fatto l'esercito. I soldati si sono limitati a «ricevere» da Hezbollah il controllo degli edifici «conquistati» ai governativi. Ora si teme la reazione dei sunniti e degli alleati. L'appello del segretario dell'Onu rischia di cadere nel vuoto.BR