La fuga dall'incubo dell'Eritrea E il coraggio di un figlio a Pavia

b PAVIA./b Misrak Gabrel è una rifugiata politica scappata dall'inferno eritreo nel 1999, durante una delle tante guerre con l'Etiopia. Trentasette anni, occhi neri spesso puntati a terra, pelle color cioccolato e un sorriso dolce. Dall'Eritrea è arrivata in Turchia e, dopo un paio di anni passati a Istambul «senza lavoro, e con la paura di uscire di casa per la violenza che c'è sulle strade», Misrak è approdata a Crotone e poi a Roma nel 2001. Ma la città eterna non sempre è tenera con i suoi ospiti, e nel 2006 si è trasferita a Pavia, incoraggiata da un'amica sudanese, e qui ha trovato lavoro, casa e qualche amica.BR Misrak a settembre ha avuto un bambino. Si chiama Zabilon e ride sdraiato sul lettone con una tutina azzurra. Eppure c'è poco da sorridere. «L'anno scorso, quando ho scoperto di essere incinta, non sapevo cosa fare. Il padre del bambino voleva che abortissi. Io volevo questo bambino con tutte le mie forze, non volevo buttarlo via. Ma essendo completamente sola avevo paura di non farcela. Sono andata ai servizi sociali: mi hanno detto di stare tranquilla, che non sarei rimasta sola, che mi avrebbero dato una mano» inizia a raccontare con voce sommessa.BR Le cose però non sono andate cosi: Misrak aveva ancora la residenza a Roma, e questo le impediva di ricevere aiuto dal comune di Pavia. «Pensavo che in nove mesi sarei riuscita a spostare la residenza, ma mi sbagliavo» spiega. Lo spostamento di residenza è arrivato con calma, un mese dopo la nascita di Zabilon, ma i problemi non sono finiti. C'era - e c'è - la questione della casa, che costa troppo. Misrak lavora infatti nella casa di riposo Pertusati attraverso una cooperativa di servizi che le ha garantito un piccolo assegno di maternità. Adesso che c'è il bambino però non riesce a lavorare più di quattro ore al giorno, tanto più che con la gravidanza è insorto un grave problema di diabete, che la costringe a iniettarsi l'insulina cinque volte al giorno, ad orari prestabiliti. «Guadagno circa 600 euro al mese, e di affitto e spese condominiali pago 450 euro. Non so più come fare, i soldi che rimangono non bastano nemmeno per comprare i pannolini e il cibo per il piccolo e sono cinque mesi che non pago il mio padrone di casa, che è sempre stato comprensivo, ma ora rischio che mi buttino fuori». Il Comune si è nuovamente dimenticato di lei, che, però, come rifugiata politica avrebbe tutta una serie di diritti garantiti. «Per un periodo sono andata tutte le settimane ai servizi sociali - racconta - perché mi avevano detto che mi avrebbero aiutata con la casa, e che quando fossi dovuta tornare al lavoro, avrebbero trovato un posto al nido per Zabilon. Ma quando sono andata a gennaio, se ne erano dimenticati. Non sapevano più nemmeno chi fossi, non si ricordavano la promessa. Dicevano che non c'era posto negli asili e non ci potevano fare niente, e mi hanno consigliato di prendere una baby sitter». «Solo quando sono andata con Vanna (Jahier della Cooperativa Contatto, ndr) si sono decisi a fare qualcosa. Adesso mi hanno trovato il nido, e le maestre Debby e Rita mi aiutano a tenere Zabilon quando devo lavorare oltre l'orario e sono tanto gentili con me».BR «Per fortuna la settimana scorsa finalmente qualcosa si è smosso, e dal Comune mi hanno dato un buono di 500 euro per l'affitto» spiega. «Io non pretendo che mi si aiuti per sempre, ma almeno all'inizio, per cominciare e poi farcela con le mie forze. A volte quando Zabilon piange, piango anch'io, per la stanchezza, perché sono preoccupata per il diabete, perché se mi succede qualcosa non so cosa gli succederà. Avevo chiesto il ricongiungimento famigliare con mia madre perché mi aiutasse con il bambino quando lavoro, ma ci vuole un certificato di nascita che testimoni che io sono sua figlia. In Eritrea c'è la guerra, lei è scappata ad Addis Abeba e li i nostri documenti non ce li hanno. Se mia mamma non riesce a venire qui dovrò rimandare il mio bambino in Etiopia da lei, cosi io potrò lavorare anche per loro. Lo so che non starò mai bene senza di lui, ma adesso non stiamo bene nè io nè lui».BR Alla fine, comunque, a Misra brillano gli occhi. «Sono contenta di averlo fatto nascere. Tutto quello che faccio, lo faccio per lui. Io, più che lavorare e saltare i pasti, non so cosa fare».BR bAnna Ghezzi /b