La Cina rifiuta l'appello al dialogo del Papa
bROMA. /bbPorta sbarrata al dialogo con la Santa sede e il Dalai Lama. Mentre la crisi tibetana non accenna a placarsi, Pechino attacca di nuovo e fa un deciso passo indietro sulla strada della distensione. Ce n'è per tutti, a partire dal papa. L'appello al «dialogo e alla tolleranza», lanciato mercoledi da Benedetto XVI, è stato respinto con decisione al mittente: «La cosiddetta tolleranza non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang. Una chiusura netta, che precede un appuntamento delicato.BR /b Delicato per i rapporti tra Cina e Santa sede. Si svolge infatti oggi, a Roma, la tradizionale Via Crucis del Colosseo. Quest'anno l'autore delle meditazioni è l'arcivescovo di Hong Kong Joseph Zen, che scrive di «persecuzione» e «Chiesa del silenzio», con un chiaro riferimento alla condizione dei cattolici in Cina.BR Identiche espressioni sono già state utilizzate da papa Ratzinger in una lettera diretta al popolo cinese lo scorso luglio. Ma in questo momento c'è chi teme una nuova reazione della Cina, ipotesi però respinta dal cardinale Zen. Dopo il papa, Pechino se la prende anche con il premier britannico Gordon Brown, che mercoledi aveva parlato della disponibilità del premier cinese Wen Jiabao a incontrare il Dalai Lama, seppure a precise condizioni. «Alcune notizie non sono molto precise», ha detto Qin Gang a nome del suo governo, spiegando che Wen «ha solo ribadito la sua disponibilità al dialogo» alle condizioni poste da Pechino.BR Il portavoce ha poi manifestato «grande preoccupazione» per l'intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama il prossimo maggio in Gran Bretagna. «Come abbiamo più volte sottolineato - ha continuato - il Dalai Lama è un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche sotto la copertura della religione». Incurante della condanna cinese, anche il principe Carlo riceverà il Dalai Lama.BR Si chiude cosi, per il momento, lo spiraglio apertosi dopo le dichiarazioni del premier britannico. E dire che proprio ieri il Dalai Lama aveva ribadito la sua disponibilità a «incontrare i leader cinesi», in particolare il presidente Hu Jintao. Aggiungendo che per farlo sarebbe pronto a recarsi a Pechino. Il leader tibetano, parlando dal suo esilio indiano di Dharamsala si è poi soffermato sulle vittime degli scontri: «Non conosciamo le cifre esatte. Alcuni dicono che i morti sono dieci, altri cento. Io sono rattristato dal fatto che ci siano state tante vittime». Ha poi preso a suo modo le distanze dai manifestanti tibetani: «Il mio impegno è quello di rimuovere i sentimenti negativi tra i tibetani e allo stesso tempo quello di rimuovere la diffidenza tra i cinesi, ma non ho l'autorità per fermare le proteste». Nel frattempo, gli osservatori continuano a chiedersi se ci saranno conseguenze per i giochi olimpici. Il primo a chiarire la sua posizione è stato George W.Bush.BR Il presidente Usa assicura che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la repressione in Tibet «dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica». In una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e al dialogo con il Dalai Lama. Infine, la presidenza slovena dell'Unione europea si è detta contraria al boicottaggio: «non è la risposta giusta agli attuali problemi politici».BR