In fila per i mattoni-nostalgia L'Ariston diventa «reliquia»

b VOGHERA./b Un grande amore non si scorda mai. E come si fa a dimenticare il locale del primo lento e del primo bacio, dei pomeriggi fra amici di quando «la bella vita» a Voghera, era anche solo stare in compagnia? Devono aver pensato questo i tanti vogheresi, ex frequentatori dell'Ariston, lo storico dancing di via Papa Giovanni, che questa settimana, senza dare nell'occhio, hanno cominciato un pellegrinaggio per raccogliere un pezzo di ciò che resta del mitico locale demolito. Se il tempio del divertimento è stato abbattuto per lasciar posto a un complesso residenziale, chi quel locale l'ha fondato e gestito per una vita, la famiglia Santinoli, non vuole che il mito se ne vada cosi. Per questo lunedi mattina comincerà una speciale distribuzione agli aficionados dell'Ariston: ognuno potrà portarsi a casa il suo mattone, corredato da un certificato di provenienza e autenticità. «Sarà il nostro modo - spiega Santinoli - per regalare l'immortalità a quello che per noi era il simbolo della Voghera sognata: patria della musica, degli incontri e della movida locale». Lunedi e martedi la famiglia Santinoli sarà li, a ground zero, a distribuire a tutti un pezzo di quella storia che le generazioni del'40 e del'50 hanno contribuito a scrivere. Altro che febbre del sabato sera, allora la febbre saliva anche di pomeriggio. L'Ariston era magico... «Lo è ancora - spiegano i fratelli Franco e Roberto Santinoli -, altrimenti non si spiegherebbe perché l'andirivieni qui davanti è proseguito per tutta la settimana». Concorda anche Elio Pasquazzo, conduttore di Radio Voghera che è stato subissato dalle telefonate della generazione Ariston: «Quello non era un locale, è sempre stato il simbolo di Voghera, come il Duomo, il Castello o la Caserma. Nella nostra città, e cosi pure in Oltrepo, la schiera dell'Ariston è ancora li con lo stesso affetto di sempre per il ritrovo della gioventù, di quando sui banchi si scriveva col calamaio». Il simbolo della beat generation di Oltrepo e provincia sta per trasformarsi in una palazzina di 14 appartamenti. Quanti volti sono passati su quel palco ora sommerso da un cumulo di macerie? Da Giorgio Gaber a Morandi, da Peppino Di Capri a Fausto Leali, e poi Carosone, Buscaglione, Angelini, la Pavone, Al Bano, la Caselli, i Nomadi e i grandi gruppi internazionali. Ma quella discoteca ante litteram, quel Roxy Bar, quel ritrovo che dal 1948 al 1978 è sempre stato li oggi, 2008, se ne va. Rimane nell'aria il profumo di quegli anni magici. Restano i mattoni che i fan, gli irriducibili della nostalgia, quelli della via Gluck, non vogliono mollare a un'impresa di costruzioni che se ne disferà incurante. Il cuore del locale fondato da Leo Santinoli (papà di Franco e Roberto che ci sono cresciuti dentro) continua a battere forte, fortissimo. L'Ariston non si uccide con un bulldozer è immortale grazie ai ricordi, all'amore che ha regalato: per una donna, per un uomo, per un gruppo di amici o per una canzone. Ci sono passati tutti, anche i vogheresi più illustri, come ad esempio il giornalista-scrittore Vittorio Emiliani, spesso in compagnia dell'indimenticato Enrico Marelli. Giorgio Silvani, giornalista e anima del volontariato, ricorda l'Ariston con grande nostalgia: «E' stato il tempio della musica, dalla sua nascita a quando ha chiuso i battenti. Dalla 'beat" alla migliore italiana, compreso il grande liscio di Casadei, Borghesi, Castellina Pasi e Learco Gianferrari. Il trucco di papà Leo era quello di andare a Sanremo, beccarli tutti e, in due giorni, mettere giù la stagione». L'Ariston è stato anche il locale dei thè pomeridiani delle scuole, delle veglie degli universitari, dei bancari e della banda del giornale Il Cittadino. Molti ricordano anche le tante feste pomeridiane (ecco spiegato perché oggi le mamme se la prendono quando si fa tardi), a partire da quella in maschera della San Vincenzo. Tanti gli aneddoti che rendono ancor più magica la storia dell'Ariston e i Santinoli vogliono farli rivivere: «Lunedi, per l'intera giornata saremo li. Dove una volta c'era l'ingresso. Ci farà piacere se al mattino o al pomeriggio la meglio gioventù passerà da noi a prendere il loro mattone-ricordo per tornare alle emozioni dei nostri e loro vent'anni». Ma non sarà, suggerisce da lontano la voce del signor Leo, che trovarsi insieme fra tutti quei mattoni darà la scusa per un ultimo ballo sulle note della Pavone?BR bEmanuele Bottiroli /b