Mori con le manette, prosciolti i quattro poliziotti

BR b PAVIA./bb L'immagine di quel giovane, che gli è morto quasi tra le braccia, ancora non riescono a togliersela dagli occhi. Forse neppure il decreto di archiviazione firmato dal giudice per le indagini preliminari potrà cancellare l'anno di angoscia vissuto da quattro agenti della squadra volante, indagati per aver provocato la morte di M.M., 28 anni. Un anno ancora più doloroso per la famiglia che, per non recidere il filo, ha voluto donare i suoi organi, dare una chance di vita ad altre persone.BR /b E' la notte del 19 giugno 2007, sono da poco passate le due. Una donna si affaccia alla finestra nel cuore della notte, in via Nenni, e assiste a un furioso litigio per strada tra una sua vicina e l'ex fidanzato. I due spariscono alla vista e, poco dopo, una luce alla finestra del palazzo di fronte si illumina. Stanno ancora discutendo, dentro casa. Allora la donna chiama il 113.BR Mancano pochi minuti al dramma. Una pattuglia della polizia, con due agenti a bordo, arriva in fretta in via Nenni. Entrano nell'appartamento della ragazza (dove anche M.M. aveva vissuto fino a poco tempo prima) e cercano di calmare il giovane che descrivono «in forte stato di agitazione». Si dimena, urla, sfugge alla presa. Tanto che gli agenti richiedono l'intervento di una seconda volante.BR In quattro cercano di immobilizzare il ventottenne che sferra calci e pugni. «Un violento pestaggio» ha raccontato l'ex fidanzata ai genitori del giovane. Lei stessa avrebbe supplicato gli agenti di non infierire, lui cosi gracile. A fatica i poliziotti gli infilano le manette ai polsi e lo fanno sdraiare, il viso rivolto al pavimento della camera da letto. Accade tutto in pochi istanti. Il giovane respira affannosamente, rantola, rimane immobile. Gli agenti capiscono che qualcosa sta andando per il verso storto. Chiedono immediatamente l'intervento del 118. E i soccorritori si rendono conto che la situazione è grave: Non solo ha smesso di respirare ma ha subito anche un arresto cardiaco. Il cuore riparte ma il cervello è rimasto troppo a lungo senza ossigeno. E' una corsa disperata verso il Pronto Soccorso quella dell'ambulanza. M.M. viene ricoverato in Rianimazione, gravissimo. Rimane in queste condizioni 8 giorni. I genitori e la sorella fanno la spola disperati tra la casa e l'ospedale, pur sapendo che per M.M. non ci sarà un futuro. Ma vogliono sapere se sarebbe comunque morto senza la colluttazione con i poliziotti, se quelle manette e il viso a terra abbiano contribuito alla sua crisi respiratoria. Vogliono giustizia. Poche ore dopo la denuncia dei genitori, il figlio muore. E' il tardo pomeriggio del 27 giugno.BR Si apre l'inchiesta, affidata al sostituto procuratore Maura Ripamonti che, per acertare le cause della morte, affida l'incarico a due consulenti: il medico legale Luca Tajana e la tossicologa Claudia Vignali. I suoi quesiti sono in fondo gli stessi dubbi che assillano i genitori. «La Procura è stata scrupolosa - commenta l'avvocato Fabrizio Gnocchi, legale dei quattro agenti -. Siamo soddisfatti per questa archiviazione».BR Le indagini rivelano che M.M. aveva assunto metadone (che si era procurato da solo, dal momento che l'ultima volta in cui era stato visto al Ser.D., dove si stava disintossicando dall'eroina, era il 14 aprile). Ma aveva anche bevuto troppo alcol. E proprio all'effetto combinato delle due sostanze i consulenti della Procura attribuiscono la crisi respiratoria fatale. Ne sono certi. Scartano le altre ipotesi: l'arresto troppo brusco (i segni sul corpo non sarebbero cosi evidenti da far pensare a un pestaggio violento) e anche altre cause organiche perchè quando i periti intervengono, al giovane sono già stati prelevati tutti gli organi tranne la milza. E il prelievo, dicono, è di per sè garanzia che gli organi fossero in buono stato. «Non esiste organo cosi a fondo studiato e valutato come quello destinato a una donazione - conferma Paolo Geraci, coordinatore dell'area trapiantologica del San Matteo - Quando il magistrato capisce che il prelievo non può in alcun modo compromettere la prosecuzione sue indagini ma, al contrario, può procurare un vantaggio con la donazione, concede il nulla osta». E i periti sciolgono anche un altro dubbio: non si sarebbe salvato M.M., nemmeno se gli agenti non l'avessero ammanettato e fatto sdraiare a terra.BR

Maria Grazia Piccaluga