Da Vigevano all'Argentina in missione

b VIGEVANO. /bDue racconti di vita missionaria in Argentina. Scelta di vita, ormai da vent'anni, per suor Maria Rosa Brancaleone e un'esperienza per suor Paola De Biase.BR Suor Maria Rosa ha 61 anni, parla con un leggero accento spagnolo, a volte usa parole nate da un intreccio con l'italiano. Vigevanese di nascita, ha preso i voti a 25 anni entrando nella congregazione delle suore Domenicane. Ha deciso di diventare missionaria a 41 anni, voleva andare in Pakistan, ma i nuovi ingressi sono bloccati, «è già pericoloso per le nostre sorelle che sono li in missione», spiega. Torna a Vigevano nella casa «San Giuseppe» in via Deomini ogni tre-quattro anni. «Sono appena tornata da Mendoza - racconta suor Rosa - . Torno in Argentina il 15 marzo ho già il biglietto, ormai la mia vita è là». La sua seconda casa è l'Argentina, aiuta gli ospiti di un centro per anziani malati di Alzheimer. «C'è gente che muore di fame - spiega suor Rosa - . Sono persone semplici e molto generose. Loro sanno che gli siamo vicini e la gente si sente sollevata». Quello che vede chi vive in missione non è facile da affrontare: ci sono bambini che non hanno cibo, che non riescono ad andare a scuola, lavori sottopagati che non consentono di mantenere le famiglie.BR «C'è un forte senso di precarietà nei giovani - spiega poi suor Paola - . Il non sapere su cosa fondare la vita porta la gente a forme di depressione». La difficoltà per i giovani deriva anche da un vuoto generazionale, è conseguenza della paura e del buio lasciato dai desaparecidos, gli «scomparsi» dell'Argentina, arrestati per motivi politici, tutti giovani, coppie sposate da poco che hanno lasciato figli piccoli. Gli stessi che ora devono affrontare la vita di tutti i giorni con un passato pesante sulle spalle. «Sono stata un mese nel quartiere più povero di Santiago del Estero - racconta Suor Paola, 34 anni, che il 2 dicembre scorso ha preso i voti perpetui - . Capisci cosa è davvero importante. I bambini hanno bisogno di avere una figura di riferimento, perché nelle famiglie non c'è stabilità. La gente vive di lavori alla giornata, molti rubano e poi rivendono gli oggetti». Ecco che allora torna il ricordo di un ragazzino che vendeva un lavandino fuori dalla porta di casa, insieme ad altri piccoli oggetti. «Dentro di me a volte era scoraggiante - ricorda suor Paola - mi chiedevo come fare a farli reagire. Poi mi sono detta che non devo cambiare il mondo, ma stare vicini a queste persone». Suor Paola ha visitato anche l'ospedale dei bambini: «All'ingresso c'è un'iscrizione: 'Il bambino è al primo posto nei nostri pensieri". Ma non è cosi. Mi ha colpita il senso di abbandono. Da questa esperienza torni cambiata. Per questo lo consiglio ai giovani». (ma.br)BR