Cosi il lavoro ritrova la sua dignità
BR L'accusa di omicidio volontario, contestata dalla Procura di Torino all'amministratore delegato della ThyssenKrupp italiana, Harald Espenhahn, a conclusione di una rapida ma approfondita indagine (caso raro in Italia) sul tragico rogo del 6 dicembre scorso, costato la vita a sette operai, segna una svolta storica nella vicenda delle morti e della sicurezza sul lavoro e delle sue implicazioni giudiziarie.BR Più spesso, infatti, quando accade che la giustizia intervenga, l'accusa formulata riguarda la natura «colposa» dell'eventuale reato. Come se, cioè, in chi avesse dovuto garantire la sicurezza, non vi potesse essere coscienza delle conseguenze reali delle sue omissioni.BR La Procura di Torino sostiene invece che i vertici italiani della ThyssenKrupp potevano benissimo immaginare che non intervenendo per garantire la sicurezza, dopo che diversi incidenti avevano posto drammaticamente il problema, si sarebbe messa a repentaglio l'incolumità e la vita stessa degli operai, come effettivamente è poi accaduto. Non evitare che accada ciò che sia ha la possibilità nonché il dovere di evitare significa, in sostanza, per la Procura, provocarlo consapevolmente. Di qui, l'accusa di omicidio volontario (per il vertice, e di omicidio colposo e omissione volontaria di cautele contro gli incidenti, per altri manager, ai quali si contestano 116 violazioni alle norme di sicurezza), accusa suffragata da una grande mole di materiali e documenti, i quali, fatta salva la presunzione di innocenza, lasciano supporre che non si sia voluto intervenire per risparmiare interventi onerosi per l'azienda. Interventi ritenuti superflui dopo che si era deciso di chiudere lo stabilimento torinese e di trasferire a Terni la produzione, cosi, tra l'altro, «posticipando gli investimenti per il miglioramento dei sistemi antincendio».BR Si tratta, in realtà, di un modo di procedere, di un freddo e cinico calcolo tra costi e benefici e rischi, che distingue da sempre certe aziende per le quali la vita dei lavoratori valgono molto meno dei propri bilanci. Nello storico processo alle aziende chimiche di Porto Marghera, ad esempio, il pm Felice Casson ha dimostrato, documenti alla mano, come i vertici aziendali si fossero prefissi, letteralmente nero su bianco, l'obiettivo di «non manutere» gli impianti, a costo di correre «ragionevoli rischi». Cosa vi sia di «ragionevole» nel mettere a rischio la salute e la vita dei propri operai lo sanno solo i gelidi estensori di quelle direttive aziendali.BR Ora l'accusa della procura torinese fa salire il livello delle responsabilità in gioco. La sua chiamata in causa, comunque vada a finire il processo, segnala con forza inaudita che spesso è di vita e di morte che si parla quando si parla di lavoro, di troppi lavori svolti in condizioni di rischio eccessivo e tuttavia sottovalutato (nonché sottopagato e sottostimato socialmente e politicamente). Ridare a questa responsabilità tutto il suo terribile peso significa anche restituire al lavoro tutto il valore e tutta la dignità che merita e che la stessa nostra carta costituzionale proclama nel suo articolo fondativo e forse più disatteso.BR
Gianfranco Bettin