«Giocavo vicino al veleno»

b BRONI./b Ricorda quando da bambini, ancora piccola, il padre di tanto in tanto al sabato mattina, mentre lui entrava in fabbrica per lavori straordinari, la lasciava all'ingresso vicino al cancello della fabbrica a giocare. G. M. che oggi é un'insegnante, ricorda quel periodo ancora felice della sua vita quando fra la fine anni Sessanta e inizio anni Settanta ancora lo spettro dell'amianto e del dolore non erano ancora entrati nella sua famiglia.BR bIl pappagallo del custode/b «Ricordo che mi piaceva tanto quando mio padre mi portava con sé e mi lasciava in quel grande piazzale vicino al cancello, ed ero libera di girare in bicicletta e di giocare con quel pappagallo che parlava e che era del custode - racconta la donna - mi piaceva perché mi sentivo libera. No, non si sapeva ancora del male che l'amianto poteva provocare, anche se più tardi nel tempo da mio padre ho capito quello che accadeva dentro li». L'uomo é deceduto dopo il 2000 con un referto medico che la figlia ricorda indicava come causa una neoplasia polmonare, cioè un tumore ai polmoni, che non poteva essere provocato se non dall'amianto.BR Raccontava di essere impiegato nel reparto dove si costruivano le lastre e i tubi, in quella che i testimoni superstiti avevano indicato come la linea Bazzi-Calzoni dal nome dei due fondatori della linea stessa, particolarmente attiva fino a fine anni Settanta per le numerose commesse che arrivavano alla Fibronit.BR bNessuna protezione/b.BR L'uomo raccontava alla figlia di non aver mai visto usare nessuna protezione per quella polvere che li circondava sempre ed era dappertutto dentro al reparto. Portava a casa la tuta e gli indumenti di lavoro, che la moglie lavava anche se la donna almeno finora non presenta fortunatamente alcuna conseguenza da quel contatto che invece in altre famiglie ha provocato catene di lutti. «Forse era dovuta al fatto che mia madre istintivamente lavava quegli abiti a parte dal resto del bucato - cerca di spiegare oggi la figlia - o forse è solo un destino che mia mamma non sia stata colpita dala male dell'amianto. E non era l'unica. Mio padre diceva di avere avuto sotto di sé a lavorare circa 300 donne in quegli anni, e non tutte sono morte di asbestosi o di mesotelioma».BR b«Una roulette russa»/b.BR Ancora ricordi che si giocano sul filo di un dramma familiare legato ad un'epoca in cui essere alla Fibront significava poter garantirsi un reddito sicuro e la sopravvivenza economica di centinaia di famiglie bronesi e dei dintorni: «Una é scomparsa novantenne qualche tempo fa, ma era assolutamente sana. E questa cosa é come una roulette russa: non sai se questa volta tocca a te o no. Ricordo che sia madre che i nostri vicini ogni mattina con il panno e la scopa spazzavano via la polvere bianca dai davanzali delle finestre e dai balconi perché c'era sempre, ed entrava dappertutto anche in casa, soprattutto nelle abitazione che sorgevano dietro la fabbrica». Una situazione che resta inspiegabile, ma che rende ancora più drammatica la situazione per chi viene colpito: basta infatti una sola fibra, come più volte negli anni scorsi hanno spiegato i sanitari, per poter restare vittime delle patologie asbesto-correlate tanto che l'Inail riconosce non la durevolezza dell'esposizione all'amianto bensi il fatto stesso di essere stati esposti alla fibra per riconoscere la richiesta di indennizzo, elemento alla base delle diverse cause che dagli anni Novanta in poi sono partite da Broni e dai paesi vicini da parte di ex dipendenti dell'azienda bronese. E alle quali si é aggiunta la più recente avviata dagli avvocati Angeleri e Casali che patrocinano degli eredi di ex dipendenti deceduti e che a breve dovrebbe vedere la fine delle indagini avviate dalla procura del Tribunale di Voghera. Restano e riaffiorano, intanto, i ricordi velati di tristezza di chi ha visto la Fibronit in attività.BR bMiriamPaola Agili /b