Moni Ovadia grande prestigiatore Inventa un teatro magico e suggestivo

b PAVIA./b Il teatro è un cilindro magico da cui si estraggono suggestioni, emozioni, sorprese, divertimento, realtà o fantasia. Lo sa bene quel gran prestigiatore che è Moni Ovadia, eclettico illusionista della scena, intrattenitore e cantastorie del nostro tempo, che, con Roberto Andò, elabora un altro spettacolo ironico ed allegramente amaro, colto e sofisticato. 'Le storie del signor Keuner" sono trasposte sul palcoscenico con uno stile da cabaret berlinese anni '20 che non sarebbe dispiaciuto allo stesso Brecht, la cui parola, lucida, impietosa, letta da tanti personaggi famosi d'oggi in video, s'intreccia ad uno stratificarsi di voci, musica, stimoli figurativi, visivi e sonori, citazioni testuali e gestuali disparatissimi. In una rete di percorsi possibili nelle teorie del teatro, nella Storia e nei nodi politici del presente, tra schermi e azione dal vivo gli stereotipi del brechtismo - pedane mosse a vista, scritte e cartelloni, interruzioni e spiegazioni didascaliche - si affiancano a sequenze di film e filmati tv, coreografie (con il corpulento quanto agile ballerino-cantante Maxim Shamkov), lingue diverse, il tutto raccolto in un ipotetico museo che mescola passato e presente a ricordare che la memoria è un deterrente formidabile all'errore. Nei 'quadri" esposti ci sono i banchi della 'Classe morta" kantoriana con l'attore Roman Siwulak ed il suo 'doppio" in forma di manichino, le immagini dell''Opera da tre soldi" provata da Strehler e la voce gracchiante del drammaturgo tedesco che risponde alle domande di McCarthy oppure canta 'Per gli umani sforzi", mentre sul palco e tra il pubblico la StageOrchestra 'en travesti", con rossi abiti femminili, cuffiette e seni finti, che richiama"A qualcuno piace caldo", esegue un'infilata di pezzi celebri. A rendere particolarissimo lo spettacolo, c'è, poi, Moni con la sua inimitabile personalità artistica, anima ebraica di un Keuner dalle sfumature kafkiane, strepitosa guida e burattinaio di un''esposizione post-morale" punteggiata anche dalla voce ricca di sfumature di Lee Colbert che cita Marlene nell''Angelo Azzurro" o canta i song di Weill (f. cor.)BR