E ORA UNA «SVOLTA CINESE»?
BR Si è detto giustamente che Fidel è stato la prova vivente della personalità nella storia, capace di cambiare un arcipelago tropicale elevandolo a protagonista della scena internazionale. Gli interminabili discorsi, le fervorose analisi partorite per oltre mezzo secolo dalla sua feconda oratoria non erano dirette solo ai cubani, ma a tutti i popoli della terra, in special modo a quelli dell'America Latina.BR E il paradosso sta nel fatto che mai il subcontinente latino-americano è stato tanto «castrizzato» quanto oggi. I tentativi di esportare la rivoluzione cubana furono molti, ma fino allo scorso anno tutti destinati a fallire tragicamente, come quello del Che oppure, fatte le opportune distinzioni, quello di Salvador Allende. Fidel lascia il potere mentre gli indios prendono in mano la Bolivia, in Venezuela e in Argentina nascono governi tendenti a sinistra, in Brasile governa il sindacalista Lula e l'incredibile Hugo Chavez, caudillo del Venezuela, indossa la giacca di Bolivar, el Libertador, provocando gli Stati Uniti con un braccio di ferro che Washington non riesce a gestire. Nella sua dottrina, «el caballo» (cosi era chiamato Fidel ai tempi della lotta rivoluzionaria e poi per impudiche leggende) si ispirava tanto ai classici del marxismo quanto a Josè Marti, il rivoluzionario che aveva liberato Cuba e le Antille dall'Impero spagnolo. La rivoluzione di Fidel è stata anche l'ultima vittoriosa guerra di indipendenza. E molto di più il tentativo di definire l'identità nazionale per contrapposizione al colosso nordamericano.BR Non a caso per parecchi lustri l'Havana era sopravvissuta grazie all'aiuto sovietico. Sembra oggi incredibile, ma fu per Cuba che nel 1962 Usa e l'Urss sfiorarono l'olocausto nucleare. Ma il capolavoro di Castro è stato quello di non lasciarsi mai schiacciare del tutto dai desideri o dagli ordini di Mosca, ma riusci a mantenere perfino in quel periodo un terzomondismo che era nazionalismo sublimato.BR Solo cosi il partito comunista cubano ha potuto mantenere il potere: anche dopo il crollo dell'Urss e dei suoi satelliti. Castro ha rifiutato qualsiasi velleità di controriforma. L'economia è rimasta centralizzata, salvo esigui margini di lavoro in proprio concessi a pochi artigiani. Negli anni novanta ha preferito la «turistrojka» alla perestrojka. Il business turistico, enorme fonte di valuta pregiata,è stato in questo periodo nelle mani dei militari e del fratello minore di Fidel, l'odioso e odiato Raùl.BR E adesso tocca a Raùl prendere decisioni che paiono ormai indispensabili.BR Il rapporto con gli Usa, malgrado i 600 tentativi americani di rovesciare il regime o di uccidere Fidel non possono venire tenuti nel rancoroso solco attuale. La speranza della nomenklatura sarà quella di imprimere all'economia cubana, con l'aiuto dell'America e dei tanti cubani fuggiti da Castro, una svolta produttivistica di tipo cinese. Tutto questo dovrebbe avvenire, proprio come in Cina, senza che il partito comunista abbandoni il potere, magari rinnovandosi, ma continuando a definire Cuba «un paese socialista».BR
Giancesare Flesca