«Era un agguato, mi aspettavano al varco»
b POMETO./bb Non è stato un colpo occasionale, uno scippo ai danni della prima donna che hanno trovato: quasi certamente i due banditi cercavano proprio lei. Rosanna Travini, 58 anni, ha ancora un fianco indolenzito, una mano gonfia e soprattutto fatica a riprendersi dallo choc per quella brutale aggressione nel centro di Pometo, frazione di Ruino, a pochi metri dal suo negozio. La donna è la moglie di Mario Torregiani, titolare dell'officina di vendita e riparazione di mezzi agricoli di Ruino: uno degli imprenditori più noti della vallata. Ora la donna racconta i suoi minuti di incubo.BR /b «Purtroppo non credo che riuscirò mai a dimenticare questa aggressione - racconta la donna - E' stato tutto troppo veloce e brutale: non ho quasi fatto in tempo ad accorgermi di quanto stava accadendo. A ricordarmi che purtroppo è stato tutto vero e non un brutto sogno c'è questo dolore al fianco e al braccio, oltre al finestrino rotto della mia auto». Ieri mattina Rosanna Travini ha ricevuto moltissime telefonate da parte di amici, parenti o semplici conoscenti che volevano sapere come stava o manifestarle la propria solidarietà. «Mi avranno telefonato cinquanta persone - racconta ancora la donna - Praticamente tutto il paese. Sono tutti sconvolti per quello che mi è accaduto: anche perchè poteva capitare a tutti». Ci può raccontare l'aggressione? «Erano le 13.45. Ero andata al cimitero di Pometo, per cambiare l'acqua ai fiori sulla tomba di mio suocero. Avevo preso l'auto perchè poi dovevo andare a Nibbiano, a visitare mia madre che sta poco bene. Ho parcheggiato l'auto proprio vicino al cancello del cimitero e sono entrata: sono sicurissima che non ci fossero altre macchine in zona. Pochi minuti dopo sono uscita, senza avere sentito alcun rumore di motore che arrivava. All'improvviso, proprio sul cancello, mi si sono parati davanti due uomini grandi e grossi. Avevano il volto coperto da passamontagna neri, di lana; due giubbotti di piumino, neri anche quelli. Me ne ricordo bene uno: era alto, almeno un metro e 80, e aveva i capelli lunghi neri che uscivano dal passamontagna. Mi sono sentita morire dallo spavento, anche perchè in zona c'ero solo io: nessuno a cui chiedere aiuto. E comunque è stato subito chiarissimo che cercavano proprio me. Ho cercato di uscire dal cancello, ma uno dei due mi ha dato una spallata sul fianco e mi ha fatto letteralmente volare a terra. Avevo la tracolla, sono caduta con la borsa sotto il corpo. Mi hanno tirato su senza tanti complimenti, io mi sono divincolata, ho raggiunto la mia macchina che era vicinissima e mi sono chiusa dentro. Stavo cercando di mettere in moto, quando uno dei due ha preso un grosso sasso per terra e ha spaccato il vetro della portiera, dalla mia parte. Ero paralizzata dalla paura, non sapevo cosa fare. L'uomo si è sporto dentro la macchina per prendermi la borsa e cosi l'ho guardato bene: aveva gli occhi azzurri, con un'età compresa tra i trenta e i quarant'anni, le dita della mano grosse. Non ha detto una parola, e neanche il suo complice: non saprei dire se erano italiani o stranieri. Ma di certo non erano nordafricani». Appena si sono impossessati della borsa, i due sono scappati con la loro auto, a tutta velocità verso Santa Maria della Versa. «Era una Lancia Y verde chiaro. Credo proprio che siano arrivati dal cimitero in discesa, con la marcia in folle: infatti non li ho sentiti arrivare anche se nella zona c'era un grande silenzio. Nella borsetta c'era il portafoglio, con 70 euro, il libretto degli assegni, il bancomat e il telefonino: non ho potuto neppure avvisare mio marito o telefonare ai carabinieri. Per dare l'allarme ho dovuto tornare a casa».BR