Dentro la gabbia come animali feroci
BR bCOMO. /bbDentro la gabbia, come animali feroci. Come mostri accecati dai flash dei fotografi che li immortalano mano nella mano. Lei, piccola e dai gesti goffi, gira le spalle come impaurita e guarda solo lui, suo marito che mantiene un'espressione di contegno.BR /b Quasi di distacco dalla realtà. Rosa Bazzi, 43 anni, e Olindo Romano, 45 anni, restano uno accanto all'altro davanti al pubblico che li osserva e alla Corte che li giudicherà. Nessuna vergogna, nessuna volontà di pentimento perché fino a sentenza risultano innocenti. Lievi effusioni amorose che sanno di romanticismo, dimostrazioni di affetto che stonano alquanto con l'ambiente che li circonda. Dolcezze che poco hanno a che fare con l'aula di un tribunale che li vede accusati di strage. Le mani di lei accarezzano i capelli di lui come per cercare e dare sicurezza. Rosa sfiora il maglione di Olindo, parla pianissimo e fissa il muro davanti a lei. «Innocenti. Siamo innocenti», questo dicono e sottolineano i loro sguardi e gli avvocati che li difendono imboccano cosi la strada della mancanza di prove certe della loro colpevolezza.BR Le mani si stringono e le parole sussurrate vengono udite dagli agenti di polizia penitenziaria che dal carcere del Bassone di Como hanno portato la coppia a bordo dei cellulari. Dalle sbarre della cella a quelle della gabbia, dalla solitudine al ricongiungimento seppur pubblico. Da quando sono statai arrestati si vedono solo una volta alla settimana in parlatorio, in presenza delle guardie. Ma ieri hanno avuto la libertà di stare vicini, di accarezzarsi. Di stare come due uccellini in gabbia forzata e commentare sommessamente cosa sta accadendo nella loro vita da separati dalla galera. Una condivisione, la loro che prende il colore di un romanzo tra il giallo e il rosa. Stanno fermi davanti alla vita che scorre come se appartenesse ad altri. Loro paiono vivere in un'altra dimensione. Nella loro solitaria e misteriosa vita da coniugi chiusi in una normalità stravolta dall'orrore. Ma Olindo e Rosa ieri non erano a casa loro a coccolarsi. Ora sono protagonisti dello spettacolo e solo la giustizia riuscirà a delimitarne i contorni da circo mediatico. La loro realtà è stare appollaiati in gabbia, a pochi metri da Azouz Marzouk, padre del piccolo Joussuf e marito di Raffella Castagna. Trucidati senza pietà.BR Le mani di Rosa stringono ancora il suo Olindo, quelle stesse mani che per l'accusa si sono sporcate di sangue innocente di un bambino. Olindo sbarra gli occhi solo quando sente pronunciare dal presidente della Corte le orribili sequenze del delitto. L'elenco delle vittime, tre donne, un bambino e il ferimento gravissimo dell'unico superstite. Il pubblico rabbrividisce mentre Rosa non mostra alcuna emozione. Di tanto in tanto abbozza un sorriso, abbassa la testa e la scuote. Strana coppia Rosa e Olindo, una coppia dipinta come quella dei mostri della porta accanto. Un'unione, la loro, che appare siglata da un patto anomalo più che da un matrimonio. Azouz, in carcere per spaccio di droga, è rimasto seduto in prima fila a leggere giornali e verbali. Ha la barba e le occhiaie, la notorietà avuta dal lutto lo segna ancora. E poi, dietro di lui, papà Castagna, padre di Raffella che con tono pacato dice solo: «Si, perdono. Ma voglio giustizia per i miei cari». (r.r.)BR
dall'inviata