Nel 1998 Bertinotti affondò Romano
b ROMA. /b«Il governo si è trasformato in un 'signor no" rispetto a tutte le nostre richieste, e la logica della finanziaria è avversa alla nostre proposte. Poiché questa finanziaria potrebbe essere solo ritirata, io propongo di non votarla e di ritirare la fiducia a Prodi». Era il 3 ottobre del 1998 e con queste parole, concluse con la richiesta di un doppio no all'escutivo, l'allora segretario di Rifondazione Fausto Bertinotti chiudeva un travagliato comitato politico del suo partito e si preparava a mandare a casa il primo governo Prodi. L'intervento di Bertinotti sanci ufficialmente l'apertura della crisi, ma segnò anche l'avvio di una scissione che porterà i cossuttiani a lasciare il partito. Per Prodi, cominciò invece un iter che doveva portarlo in poche setimane a lasciare il posto a Massimo D'Alema. Prima di quel momento c'era stata una lunga trattativa con il Prc sulla finanziaria, definita da Bertinotti «non di svolta ma di segno neoconservatore» e sull'assenza nelle politiche di governo di «terapie d'urto contro la disoccupazione e l'indebolimento dello Stato sociale».BR L'esito di queste scelte fu scontato. Il 9 ottobre, con un solo voto di scarto, 313 contro 312, la Camera respinge la fiducia al governo e Prodi sale al Quirinale per dimettersi. Dopo un inutile tentativo di dar vita a un Prodi bis, il 16 ottobre il presidente Scalfaro affida a D'Alema l'incarico di formare il nuovo governo. (c.r.)BR