«Mi negano il trapianto dopo otto anni di attesa»

BR b PAVIA./bb Otto anni in lista d'attesa per il trapianto di polmoni. Otto anni lontano dalla sua città, Porto Torres in Sardegna, appeso - qui a Pavia - al filo sottile della speranza. Dai 27 ai 35 anni Mauro Fonsa ha vissuto all'ombra del San Matteo, in case di fortuna, attaccato al telefono e alla bombola dell'ossigeno giorno e notte. Dentro e fuori dall'ospedale. Poi, prima di Natale, la doccia fredda, comunicata in poche righe su una lettera: non ci sono più le condizioni, il trapianto non si potrà più fare.BR /b «Mi sento preso in ostaggio da Pavia - dice Fonsa - So che la mia situazione è complessa, ma è cosi sin dalla nascita. Ed era ben chiara anche nel 2000 quando hanno accettato di prendermi in carico. Provenivo dall'ospedale di Sassari e poi da Torino dove non se la sono sentita di fare l'intervento e mi hanno consigliato di rivolgermi al centro di Cardiochirurgia di Pavia. Che il mio torace fosse asimmetrico si sapeva. Solo adesso però mi dicono che queste condizioni anatomiche non rendono possibile il trapianto. Perchè non dirmelo prima? Mi sarei rivolto altrove, non mi sarei consumato in un'attesa inutile lunga otto anni». Mauro Fonsa fa una pausa, per riprendere fiato. La madre accosta la finestra, per far entrare aria nel piccolo appartamento messo a disposizione dall'associazione di volontariato Emmaus. Le bombole di scorta per l'ossigeno occupano ogni anfratto della cucina. «La malattia mi mangia giorno dopo giorno - dice - ma io non mi voglio fermare, non mollo». Accanto alla parete un tapis roulant per fare esercizio e non restare inchiodato per sempre alla carrozzina. «Da quando sono a Pavia ho già subito 50 ricoveri - dice Fonsa - Nel 2000 ho fatto 89 giorni filati di degenza. Ma mi è sempre stato detto che l'intervento si poteva fare. Ricordo benissimo il giorno in cui il professor Andrea D'Armini mi disse: la prendiamo in carico e la inseriamo subito in lista di attesa». E mostra la lettera, un po' sgualcita, del luglio 2000. Da allora, su indicazione dell'ospedale, non si è mai mosso da Pavia. «Abbiamo fatto grandi sacrifici - racconta la madre - Ci siamo trasferiti qui, mio marito ha cercato lavoro a Sannazzaro. Fino al 2004 quando si è ammalato di tumore. In tre anni si è spento senza neppure poter rivedere la sua casa, è morto lontano da tutti». La drammatica sorte di chi viene da lontano con la speranza, a volte il miraggio, di un trapianto. Si vende casa, si lascia il lavoro, si vive aggrappati al telefono perché la chiamata può arrivare nel cuore della notte. E purtroppo a voltre si muore prima che l'organo compatibile sia disponibile. «Sono stato chiamato quattro volte ma la cosa non è andata a buon fine perchè c'erano problemi tecnici con l'organo donato - racconta -. Ma non mi è mai stato detto che non era fattibile. Il 12 aprile 2006 ho chiesto un incontro con il professor Viganò che mi aveva prospettato la possibilità di ritoccare un polmone e di adattarlo al mio torace. Ne ero uscito rassicurato. Poi più nulla. Ho richiesto un incontro al professor D'Armini nel gennaio 2007. E li ho capito che forse cercavano di scoraggiarmi. Mi è stata prospettata una lista di attesa di 500 persone. Ma neppure in quella occasione mi è stato detto: 'non ci sono le condizioni per il trapianto"».BR

Maria Grazia Piccaluga