Pavia e la Storia, noi esclusi
BR (segue dalla prima)BR b La storia scritta, cioè, e i turisti di massa non la leggono (non essi solo, del resto).BR Avevamo perfino un palazzo reale, quello di Teodorico: non resta più nemmeno un mattone sull'altro, perché i nostri avi pensarono bene di demolirlo dalle fondamenta, come fecero i parigini con la Bastiglia. Evidentemente non pensavano ai percorsi dell'Unesco e al turismo.BR E allora, che si fa?, ce la prendiamo con la Storia? E se non con essa, con che cosa o con chi?BR Potremmo, in battaglia di retroguardia, prendercela con i nostri amministratori; ma a partire da quando? Non vorremmo mettere tutto sulle spalle già provate della Capitelli, vero? A partire, dunque, da che secolo? Dal XVIII, dal XIX, da quello passato?BR In realtà, da quando è Pavia, Pavia s'è preoccupata solo di poche cose, delle quali la conservazione dei monumenti ha fatto parte solo casualmente: quanto contava, se mai, era la loro distruzione: via ruderi, via chiese anche intatte, via le mura, via ponte vecchio, via belle case. A cercare di mutare rotta, poi, ci si è estenuati (dico per dire) nella battaglia per il San Michele, che tutti sapevamo perduta in partenza, e questo ci ha messo in pace con noi stessi.BR Certo, qualcosa s'è fatto, e a confermarlo pensiamo a San Luca. Poco però, e con poca convinzione: non è forse vero che stiamo distruggendo con ilare leggerezza l'antico sito della Darsena?BR Potrà anche finire, quindi, che si sia esclusi da un percorso del Ticino, e nemmeno potremmo protestare appellandoci ai musei, perché noi 'capitale del Ticino" non abbiamo conservato un solo vero barcé, una sola nav, un solo mutaiõ, una sola gondola. E se guardiamo allo stato dei nostri monumenti, incrostati mutilati e cadenti, potremmo benissimo essere esclusi da un improbabile percorso risorgimentale.BR Esclusi perfino da quello, possibile invece a livello europeo, della Battaglia di Pavia, per la quale, oltre alle chiacchiere, nulla s'è mai fatto (ma una cinquantina d'anni fa mancavano perfino le chiacchiere). Non ci sono soldi, si dice, a spiegare. Sarà vero, ma è altrettanto vero che, se si vuole, i soldi si trovano. Si vuole?BR Esclusi, dunque. Ma i parametri Unesco, giusti o sbagliati che siano, sono quelli, quindi protestare e rattristarsi, non è soltanto patetico, è inutile. Meglio vedere le cose con realismo e accettare quanto accettare non si vuole, cioè che Pavia non è città di turismo di massa, ma da momenti e monumenti fruibili solo da gente colta e preparata, e dunque ahimè non molta. Le nostre chiese romaniche, il castello, le piazzette, gli edifici storici, il Ticino attraversato dal ponte coperto sono cose molto belle, nessun dubbio: non sono però la Certosa, il Torrazzo, il centro di Mantova, Bergamo alta, il duomo di Milano, eccetera; non danno cioè quello stupore e quella emozione che la massa cerca.BR E in ogni modo, prendiamo atto che, per un turista medio e anche di cultura elevata, la nostra è una città visitabile in poche ore. Una intera domenica è troppo: e del resto, in attesa del pomeriggio, dove si andrebbe a pranzare in modo soddisfacente, se la maggior parte dei ristoranti è chiusa?BR Invece di polemizzare, accusare, lamentarci, badiamo a difendere quanto è rimasto, non per metterci al riparo da altre esclusioni, ma per rispetto a noi stessi e alla nostra storia. Per ultimo, anche se non è l'ultima cosa, accettiamo anche di essere città a scarsa vocazione turistica: a ogni livello. All'incirca mezzo secolo fa, il compianto Dante Zanetti disegnò una memorabile vignetta: un turista tedesco, sacco in spalle, canottiera, benda alla fronte sudata, bicicletta strarica, si rivolge al pavese che lo guarda stupito e gli dice: 'Io venuto in bicicletta da Amburgo per vedere vostro bellissimo San Michele!". Risposta del pavese: 'Brava ciula". E' l'eterna, invincibile Pavia. Siamo noi pavesi. E se siamo cosi, in che percorso vogliamo che ci mettano?BR /b
Mino Milani