Dalla falce e martello ai nostri giorni

L'orchestra della «Cosa rossa» è impegnata nell'esecuzione di una sinfonia di altissimo pregio e di grande effetto emotivo, ma qualcosa nella distribuzione degli spartiti o nell'accordo degli strumenti non funziona a dovere: gli orchestrali non riescono a fondersi in un insieme armonioso. Gli strumenti a fiato vanno in una direzione, quelli ad arco in un'altra, quelli a percussione in un'altra ancora. Perfino all'interno dei singoli settori ci sono discrepanze: trombe e flauti, violini e contrabbassi, tamburi e grancasse seguono ritmi e tonalità diverse.
In proposito, sul numero 71 de «La Barriera», il battagliero periodico vigevanese (che a Pavia si legge troppo poco), Ezio Sartoris traccia una mappa tra il semiserio e il drammatico della sinistra italiana, complessa galassia in cui convivono e si accapigliano, tra partiti e loro correnti, gruppi, associazioni di varia consistenza e livello, non meno di una trentina di sigle e di provenienza comunista, socialdemocratica, ecologista, femminista, eccetera.
La difficile congiuntura che sta attraversando il nostro Paese esige un energico richiamo a obiettivi di solidarietà ideale e di unità d'azione, a misure da realizzarsi nell'immediato, prima che la marea montante degli tsunami di centrodestra arrivi a sommergere l'intera foresta, alberi, alberelli, cespugli e sottobosco. Tutti lo sanno, quasi tutti lo dicono, ma a lavorarci sul serio sono pochissimi.
Capi, capetti e sottocapetti di corrente sembrano pensare prima di tutto all'autoconservazione, alla loro immagine personale di intransigente coerenza. La disciplina di partito non esiste più, dilagano i bastiancontrari che vogliono le mani libere e se ne vantano. Vedono se stessi come parte di un movimento indistinto che si dà appuntamento per la manifestazione di domenica prossima, in cui ciascuno interviene con proprie bandiere e parole d'ordine ma invece occorre anche un organismo politico compatto e responsabile, che non si limiti ad alleanze elettorali, ma si faccia carico di una lunga e durissima guerra, che non si conclude alla prima battaglia.
Condizione necessaria ed essenziale per questo è la serietà, la sincerità, l'onestà intellettuale. Ai giovani si può concedere la inesperienza, l'impazienza di mettersi alla prova. Ma ai vecchi tocca prima di tutto la riflessione autocritica. La mia generazione ha creduto e crede ancora negli ideali del comunismo che abbiamo conosciuto durante la guerra e la Resistenza, ma deve riconoscere di essere arrivare tardi e solo parzialmente alla condanna di gravissimi sbagli e funesti eccessi. L'icona della falce e martello ha coperto anche quelli, pur suscitando sacrifici ed eroismi che hanno aperto nella storia del mondo nuovi orizzonti e speranze. Non rinnegheremo mai quel simbolo, bandiera della nostra gioventù. Lo cambino i giovani, se lo ritengono necessario: purché non mettano al suo posto qualche insegna di furbastra bottega politichevole.
Giorgio PiovanoPavia

Pavia che dimentica
Ponte vecchio e Vernavola

Le condizioni di precarietà e abbandono in cui questa Amministrazione di Pavia ha ridotto la prima arcata del Ponte vecchio, creano sconcerto e rabbia nei cittadini e nei turisti. Sto parlando del ponte trecentesco, quello autentico, quello risparmiato dalle demolizioni post belliche, i cui resti si potrebbero ammirare dal piazzale della cremeria se non fossero coperti da una foresta di alberi e arbusti che disconnettono la struttura in attesa che il fiume in una prossima piena lo demolisca definitivamente.
«Gli anziani (diceva Cesare Angelini) lo ricordano (il ponte vecchio), un sogno, una favola, una leggiadra invenzione, una barca incantata da un mago e fatta pietra traforata dal vento che ne ha cavato sette arcate».
A noi resta solo la prima arcata, maltrattata e umiliata da amministratori dediti solo a cementificare Pavia e in particolare le aree di maggior valore come il Navigliaccio, la conca dei Navigli ed il parco della Vernavola.
Anche questa stagione, infatti, può essere l'occasione per riscoprire, magari al mattino con un po' di nebbia o nella luce del tramonto autunnale, il senso di magico isolamento del complesso monumentale della chiesa di Mirabello posto alla confluenza tra Vernavola e Vernavolino in un antico parco che vorremmo non fosse deturpato da nuove colate di cemento.
Infatti pochi sanno che nella zona a nord di via Montemaino, verso San Genesio, sorgerà senza clamori (se non interverrà qualcuno ad impedirlo) una lottizzazione di villette e di tre condomini rispettivamente a sinistra e a destra della Vernavola, a completamento dello scempio della nuova tangenziale Anas attivata senza realizzare la mitigazione ambientale promessa (boschi di piante).
Il tutto senza clamori, con la benedizione dei verdi, dell'assessore all'Ecologia, dell'autorità di Parco e dei Beni ambientali.
Carlo Gueriniconsigliere di Circoscrizione Pavia Storica

Perché le nostre strade
sono cosi pessime?

Signor presidente della Provincia, Vittorio Poma, e signori assessori, mi chiamo Massimiliano, abito a Pavia e lavoro a Milano. Parlando con amici, colleghi e conoscenti, scopro che non riesco a comprendere perché le strade della nostra provincia, paragonate a quelle della provincia di Milano, risultano essere in condizioni pessime.
Sapreste voi spiegarci per quale motivo?
Massimiliano BordinaPavia

In Italia succede di tutto
Anche la griffe del killer

Mi pare che in Italia si stia bene anche perchè con quello che si legge e si ascolta non ci si annoia mai, anche se molte volte la realtà dei fatti supera di gran lunga la fantasia delle supposizioni e molte supposizioni sembrano figlie di un set cinematografico, tanti episodi partoriti dal genio visionario di chissà quale regista.
Ha fatto scalpore in questi giorni la notizia di un pirata della strada colpevole di aver travolto e ucciso quattro ragazzi, il quale avrebbe avuto la brillante idea di commercializzare capi di abbigliamento con il proprio nome, sfruttando la brutta popolarità piovutagli addosso per portare a casa qualche soldo. A parte la veramente poco felice idea, la cosa che preoccupa è che, ne sono convinto, ci sarà senza dubbio qualcuno a cui verrà in mente di acquistare le mutande o la camicia recante cotanta griffe e a questo signore giunga quel riscontro positivo che, siamo sinceri, non ha fatto granchè per meritare. Ma non ci si deve stupire.
Ricordo il caso di un giovane finito in carcere qualche anno fa per aver massacrato i genitori, che quotidianamente riceveva lettere di ammiratrici e di gente che gli faceva sapere, se non di essere palesemente dalla sua parte, almeno di comprendere le motivazioni che lo avevano spinto a compiere il duplice omicidio.
A questo punto dove sta l'orrore? Nell'aver ammazzato il padre e la madre o nel cercare di comprendere o giustificare il gesto?
E' un'Italia dove, come ho scritto, non ci si annoia, ma è un Paese nel quale non mi riconosco più. E' un Paese dove si fa la fila, con tanto di numero da prendere come in ospedale, per assistere al processo relativo al tragico fatto di Cogne: tutti quanti attirati dall'abilità dei principi del foro e dalla dialettica del pubblico ministero? Non credo.
E' un Paese dove a fare i massimi ascolti è la «Tv del dolore», quella che pare si compiaccia nel mostrare alla platea guardona le lacrime o il labbro tremante per la commozione dello sventurato ospite che, a sua volta, perchè gli affari suoi deve proprio andarli a sbandierare a milioni di persone?
E' un Paese dove, prima o poi, come per i pantaloni del pirata della strada, avremo lo zainetto firmato dal serial killer o l'agenda autografata dallo stupratore di turno, perchè non c'è limite al peggio oppure, ma che tristezza, perchè tutto quanto deve fare spettacolo.
Siro ZangrandiPieve Porto Morone

Il carcere e lo sciopero
degli ergastolani

In molti istituti penitenziari italiani, centinaia di uomini condannati alla pena dell'ergastolo hanno iniziato uno sciopero della fame, per sensibilizzare l'opinione pubblica e l'apparato politico, sulla possibilità di abolire quel «fine pena mai».
Indipendentemente dagli slogan usati, dai manifesti proposti che veicolano questa protesta pacifica, occorre distaccarsi dalle forzature ideologiche insite nei meccanismi perversi che il carcere ingenera, dalla violenza che abita la carta di identità del detenuto.
Ergastolo, «fine pena mai»: il dazio da pagare per il male fatto agli altri, una pena che affligge, punisce e separa dalla collettività. Una pena che sancisce la fine di un tempo che non passa mai, un tempo che non esiste. Che non ti assolve.
In questa manifestazione non dovrebbe colpire l'uso improprio delle parole, prassi comune in una galera che imprigiona l'ottimismo, la ragione e l'obiettività, bensi constatare come «l'occhio non si articola più con la bocca». Ciò vuol dire che il carcere è peggiore di come era prima della riforma, non sorprende quindi il pessimismo che accompagna il destino di tanti uomini: certamente ciascuno differente per vissuto personale e percorso esistenziale intrapreso.
Ergastolo, sbarre appese alla memoria per ricordare: 30 anni di carcere scontato non sono un'astrazione, decenni di ferro sbattuto sui rimorsi che lasciano un segno, un'apnea che restringe i polmoni.
Neppure le parole usate sembrano avere significato, nella bocca del detenuto diventano suoni, parole svuotate di tutto ciò che invece intendono portare con sè.
«Fine pena mai», storie blindate e anonime, per cui giorno dopo giorno, il passato ricompone la sua trama, e passato, presente e futuro sono li, ben allineati nel presente, in un attimo dove il domani non esiste.
A volte una cella, uno spazio chiuso fa strani effetti, ti riduce, ti restringe, ti limita, ti spegne. Eppure a fronte di questa morte annunciata, c'é il sorprendente incontro con gli altri, c'é lo stupore di ritrovarsi al cospetto dell'universo interiore che é in noi, il quale ci conduce alla scelta di rinnovarsi, di cambiare, per tentare di essere un uomo libero nonostante le catene ai polsi.
Mentre questi uomini useranno il linguaggio del corpo sofferente, forse occorrerà ri-flettere, ritornare a pensare all'opportunità di un cambiamento radicale, dall'interno all'esterno della persona, dal cuore al viso, come ha detto qualcuno.
Forse c'è davvero la necessità di ricominciare attraverso percorsi condivisibili a rientrare costitutivamente nell'essere umanità ritrovata, con nuovi impegni, nuove responsabilità, per mezzo di una pena che, partendo dalla dignità della persona, dalle sue capacità e risorse, nel rispetto di una doverosa esigenza di giustizia della vittima, ricerca e scopre nuove occasioni di riscatto e riparazione.
Vincenzo AndraousPavia

Soffrire per la dieta?
Non ne vale la pena

I èn vot di ca mangi pü né prim né pän, / sa resisti ummò un quèi di l'è un miracul, / sum chi ca sofri tammè un cän, / è pasà una setimana e m'par un secul.
I èn vot not che cun i occ sbaratà / di rintuc dal campanin senti l'cioch / e senti dla mè pänsa al barbutà / la par una pügnata ad buioch.
Ma var la pena da fa tüt sto pati / pär vès in linea o diminui l' colesterolo, / sa pensat che pö a la fin devat muri?
Ma alura se muri gh'è da muri, / putost che muri a pänsa vöda, / l'è no mej andà al Creatur bei e lughi?
Di, sèt sa t'disi dieta: ma va un po' a l'inferan! / Cla faga pür chi vör restà magar, san e bèl / e cun la cunvinsion da scampà in eteran!
Porta chi un bèl risot, / un bucon ad les e un salam cot / e una frità cun la sigula: / fiöi, ma la vita l'è vüna sula!
Mario Grazioli
Pavia