Bombassei raffredda il clima


MILANO.I salari sono troppo bassi. Lo riconoscono tutti. Trovare un rimedio è compito del governo, degli industriali, dei sindacati. Dopo la minaccia di sciopero generale (che i sindacati potrebbero fare entro gennaio, coinvolgendo tutte le categorie di lavoratori) ora si discute se sia giusto, o no, arrivare a tanto.
Apre il dibattito il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei: «Abbiamo cominciato a discutere con i sindacati su una politica salariale diversa. Credo che ci sia un'atmosfera costruttiva, e spero che prima di uno sciopero si possa invece mandare qualche messaggio rasserenante».
La questione più spinosa, e in Confindustria lo sanno, è il contratto dei metalmeccanici che da ieri hanno ripreso le proteste con presidi e scioperi in varie parti d'Italia. Infatti Bombassei spiega: «Definire il contratto dei metalmeccanici sarebbe un messaggio forte, però sono ottimista e spero che si possa chiudere entro l'anno». Risponde per il governo il ministro Damiano. A imprese e sindacati dice: prima chiudiamo su welfare e manovra e poi discutiamo insieme.
Favorevole allo sciopero è Gavino Angius, ex Ds e ora esponente socialista. «Spero che i sindacati si battano con fermezza e determinazione per la questione salariale - spiega - e che si possa arrivre anche allo sciopero generale». Di sciopero e di sindacati parla il ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero. «Il fatto stesso che le organizzazioni sindacali discutano di sciopero generale, la dice lunga sul fatto che il mondo del lavoro, e chi sta peggio nella società, non ha avuto le risposte che erano necessarie da questo governo. Bisogna fare un salto di qualità sulla giustizia sociale - aggiunge il ministro - e quindi partire dagli stipendi, dai salari, alle pensioni».
A invocare una 'terapia d'urto" è Renata Polverini, segretario dell'Ugl, il sindacato vicino alle posizioni di Alleanza Nazionale. «Bisogna rispondere in fretta a un'emergenza sociale dovuta a salari troppo bassi, tasse troppo alte e prezzi in costante aumento». «Il governo - dice la segretaria dell'Ugl - deve porre la questione salariale in cima alla propria agenda se vuole rassicurare tutti quei lavoratori e quelle famiglie che, da un esecutivo di centrosinistra, si aspettavano misure incisive a sostegno delle categorie più deboli e invece sono rimasti fortemente delusi».
A proposito di tempi, ecco intervenire il ministro del Lavoro, Cesare Damiano. «Facciamo una cosa alla volta. Prima la Finanziaria e il protocollo sul Welfare al Senato. Poi possiamo aprire una nuova agenda, discutendo sul problema delle retribuzioni e sul recupero del potere di acquisto dei lavoratori e dei pensionati». «Il sindacato - dice il ministro - decide in autonomia, ma il compromesso raggiunto sul welfare ci consente di recuperare 40 miliardi, che andranno a vantaggo soprattutto dei ceti più deboli. Ora bisognerà agire in più direzioni: prima i contratti ancora aperti e poi la revisione del modello contrattuale. Poi serve un intervento dell'esecutivo per il rinnovo dei contatti pubblici e per una diminuzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente».
E cioé per infrastrutture, contratti di servizio con le Poste e le Ferrovie, il rinnovo del contratto per il pubblico impiego.
Trovare 10 miliardi, dice subito Padoa-Schioppa è possibile, e indica anche la strada da seguire: riorganizzazione della spesa pubblica nella quale, dice il ministro, ci sono inefficienze e sprechi. E, soprattutto, una scarsa capacità a riorganizzarsi, ad affrontare i cambiamenti. «E' come se una famiglia continuasse a comprare i pannolini oltre che i libri al figlio quindicenne». Ecco, le amministrazioni pubbliche sono cosi, spesso superate e incapaci di adeguarsi. Poi l'affondo che svela il vero male della pubblica amministrazione italiana: «Al modificarsi delle circostanze, per far fronte a nuovi bisogni, nuove priorità o nuove emergenze si reagisce innanzitutto incrementando le spese. Raramente si dismettono programmi divenuti obsoleti, raramente si cerca di far fronte alle nuove esigenze con un mutamento organizzativo, risparmiando su altri fronti».
La strada da seguire - dice ancora Padoa-Schioppa - è quella «dell'allineamento progressivo alle realtà migliori». Lo scopo è quello di avvicinare tutti a chi fa meglio il proprio lavoro, perché ci sono amministrazioni, dalla Sanità all'Istruzione, che rappresentano delle eccellenze. «Se riusciremo ad avvicinare tutte le unità operative alla qualità e all'efficienza delle migliori otterremo risparmi di denaro pubblico e miglioramento dei servizi resi».
E se non succede - dice il ministro rispondendo al presidente di Confindustria, Montezemolo - la colpa non è «dei fannulloni, che pure esistono e di cui si è parlato anche troppo». Ci sono «amministrazioni che sono pletoriche in sé, a prescindere dall'applicazione al lavoro di chi ci è impiegato».
E qui un esempio illuminante: se nelle prefetture di circoscrizioni con meno di 500mila abitanti ci fossero gli stessi dipendenti di quelle con più di 500mila basterebbe un organico complessivo inferiore del 30% a quello che abbiamo attualmente. Tagliare e riorganizzare le risorse, dunque. Anche approfittando degli oltre 100mila dipendenti pubblici che andranno in pensione ogni anno.
Da qui, dice il ministro, la ragione del taglio di 40 sedi locali di tesorerie e ragionerie (cassato da un emendamento e che verrà reintrodotto alla Camera), con «limitatissimo impatto sul personale riassorbito in altre amministrazioni nella medesima sede provinciale in strutture in cui vi sono forti carenze di organico». I tempi? «L'Italia ha bisogno di 15 anni, mezza generazione», conclude Padoa-Schioppa.

Gigi Furini